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Deep-sea mining: un limite da non superare

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Sta per partire – e penso sia ineluttabile, purtroppo – la corsa all’oro del deep-sea mining. E’ opportuno che gli scienziati ambientali prendano una posizione estremamente critica nei confronti di questa catastrofe annunciata, anche rinunciando a progetti e collaborazioni con soggetti coinvolti nella distruzione ambientale.

Perché scienza, società e giustizia ecologica devono fermare l’estrazione mineraria degli abissi.

Il deep-sea mining — l’estrazione di minerali dai fondali oceanici profondi — viene sempre più spesso promosso come una soluzione tecnologica necessaria per alimentare la transizione energetica globale. Secondo i suoi sostenitori, l’oceano profondo offrirebbe riserve inesplorate di metalli strategici — nichel, cobalto, terre rare — indispensabili per produrre batterie, tecnologie digitali e infrastrutture “verdi” (Hein et al., 2020). Tuttavia, dietro questa retorica si cela un progetto ad alto impatto ecologico, sociale e politico: una nuova forma di estrattivismo planetario, mascherata da progresso sostenibile (Childs, 2022).

Le profondità marine ospitano ecosistemi antichissimi e altamente specializzati, adattati a condizioni estreme di pressione, temperatura e oscurità. Si stima che due terzi della vita nei fondali marini sono sconosciuti alla scienza (Ashworth, 2022). Gli habitat associati ai noduli polimetallici, alle croste di ferromanganese e ai depositi di solfuri idrotermali sono tra i più lenti a rigenerarsi: comunità bentoniche di noduli possono richiedere migliaia di anni per svilupparsi (Vanreusel et al., 2016). Un singolo intervento industriale potrebbe cancellare in poche settimane equilibri ecologici costruiti in ere geologiche, portando a una perdita irreversibile di biodiversità.

L’impatto del deep-sea mining, però, non si limita alla distruzione diretta degli habitat. I fondali oceanici rappresentano un importante interfaccia per equilibri biogeochimici millenari, la cui distruzione può avere potenziali impatti sui cambiamenti climatici (Levin et al., 2020).

In questo contesto, si sente spesso affermare che “non sappiamo ancora abbastanza” per esprimere un giudizio definitivo sul deep-sea mining. In realtà oggi ne sappiamo già abbastanza per fermarlo. Gli studi accumulati negli ultimi anni dimostrano chiaramente che il deep-sea mining comporta impatti permanenti sugli ecosistemi marini e sui cicli biogeochimici, e che non esistono tecniche di ripristino efficaci per ambienti tanto complessi e remoti (Amon et al., 2022). Proseguire nella corsa a queste risorse rappresenterebbe una forma di negazione del principio di precauzione.

Parallelamente, la retorica secondo cui tali minerali sarebbero indispensabili per la transizione verde e l’idea che il deep-sea mining sia meno impattante delle attività minerarie terrestri è, a ben guardare, un caso evidente di greenwashing (Miller et al., 2021). Se la transizione energetica viene costruita attraverso un nuovo ciclo di estrazione incontrollata, riproduce semplicemente il paradigma estrattivista che ha caratterizzato l’era fossile. Una transizione autentica deve mettere in discussione non solo le fonti energetiche, ma l’intero modello di crescita illimitata.

Deep-sea mining e giustizia ecologica

Oltre agli argomenti ecologici e climatici, è necessario inquadrare il deep-sea mining come una questione centrale di giustizia ecologica (Miller et al., 2021). La definizione di “patrimonio comune dell’umanità” applicata ai fondali oceanici (UNCLOS, art. 136) implicherebbe una gestione collettiva e responsabile. In realtà, il regime di governance attuale — gestito da un’International Seabed Authority (ISA) opaca e fortemente influenzata da interessi industriali (Miller et al., 2021) — rischia di autorizzare una nuova forma di colonialismo ecologico globale.

I benefici economici del deep-sea mining sarebbero concentrati nelle mani di pochi attori industriali, mentre i costi ecologici e climatici sarebbero diffusi a livello planetario, con gravi impatti sulle generazioni future e sulle popolazioni più vulnerabili ai cambiamenti climatici (Childs, 2022). In questo senso, il deep-sea mining contravviene sia al principio di giustizia intergenerazionale, sia al riconoscimento del valore intrinseco della vita non umana (Schlosberg, 2007; Latour, 2004). Ecosistemi profondi unici verrebbero sacrificati per prolungare un modello economico che continua a superare i limiti planetari (Temper et al., 2015).

Il ruolo della scienza: evitare di diventare l’alibi della catastrofe

In questo scenario, gli scienziati ambientali hanno una responsabilità cruciale. Non possono limitarsi a produrre dati per supportare un “deep-sea mining sostenibile” — formula oggi largamente priva di fondamento scientifico (Levin et al., 2020). Il rischio è che la scienza venga cooptata come alibi tecnico per giustificare la catastrofe: una legittimazione epistemica che permetta alle industrie di procedere invocando protocolli di monitoraggio e mitigazione che non garantiscono alcuna reale reversibilità dei danni (Amon et al., 2022).


In questo film, curato dalla Environmental Justice Foundation, massimi esperti di diritto oceanico e degli ecosistemi delle profondità marine, portavoce indigeni, l’amministratore delegato della più grande società di gestione patrimoniale norvegese e responsabili politici spiegano perché non dovremmo affrettarci a estrarre minerali dai fondali marini.

Di fronte a questo rischio, la comunità scientifica deve assumere una posizione etica chiara: rifiutare di validare processi di autorizzazione industriale che contraddicono i principi fondamentali della precauzione, della giustizia ecologica e della tutela della biodiversità (Latour, 2004; Schlosberg, 2007). Gli scienziati devono contribuire non solo a produrre conoscenza, ma a orientare la governance globale verso scelte responsabili, rendendo visibili i rischi sistemici connessi a queste pratiche.

Conclusioni

Fermare il deep-sea mining non è un gesto idealistico: è un imperativo razionale, etico ed ecologico. È una battaglia per la difesa di un patrimonio naturale ancora in gran parte sconosciuto, per la salvaguardia degli equilibri climatici globali, per il rispetto della giustizia intergenerazionale e dei diritti della vita non umana. Procedere oggi all’estrazione mineraria dei fondali oceanici significherebbe superare un limite sistemico che non possiamo più permetterci.

Una transizione ecologica autentica non può essere costruita sulla distruzione di ciò che resta ancora integro. Spetta oggi agli scienziati, ai cittadini, ai decisori politici e alle istituzioni globali scegliere: vita o profitto.

Abbiamo approfondito questo tema nella scheda dedicata:
👉 L’Italia davanti al deep-sea mining

Questo testo e/o contenuto grafico è stato elaborato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, integrati in un processo critico e curato di scrittura collaborativa. Scopri di più nella nota metodologica .



Una risposta a “Deep-sea mining: un limite da non superare”

  1. Avatar Miro
    Miro

    Ma tu veramente pensi che si aspetta l’alibi dalla scienza per iniziare il deep-sea minimg

    "Mi piace"

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