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La storia dell’oceanografia mostra che la tecnologia è stata ed è indispensabile per ampliare la nostra capacità di osservazione, ma che l’aumento di strumenti e di dati non coincide automaticamente con una comprensione più profonda né con una reale capacità di trasformazione del sistema. Dalla spedizione del Challenger (1872-1876) alle reti satellitari e al programma Argo, la scienza ha spesso accumulato misure più rapidamente di quanto abbia saputo integrarle in quadri teorici e interpretativi solidi.
Nell’attuale crisi climatica e nella policrisi sistemica questo scarto è evidente: disponiamo di diagnosi sempre più precise sul riscaldamento oceanico, l’acidificazione, la perdita di ossigeno e l’innalzamento del livello del mare, ma tali conoscenze non si traducono in un cambiamento proporzionato delle cause strutturali che generano la crisi. L’accumulo di dati rischia così di alimentare un’illusione di controllo – il technological fix – che sostituisce l’azione con il monitoraggio.
Per evitare questa deriva, la tecnologia deve essere inserita in un approccio epistemologico critico: partire da domande chiare, usare gli strumenti come mezzi e non come fini, interpretare i dati alla luce di teorie e visioni sistemiche, esplicitare limiti e incertezze, e riconoscere le dimensioni sociali e politiche della conoscenza. Il compito dello scienziato ambientale non è produrre sempre più numeri, ma orientare l’uso delle tecnologie verso una comprensione realmente trasformativa delle cause e delle dinamiche della crisi.
