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Il valore della natura: quando le buone intenzioni generano mostri

Per molto tempo, attribuire un valore alla natura è sembrato un atto di difesa.
In un mondo che decide quasi esclusivamente sulla base di indicatori economici, rendere visibile il contributo degli ecosistemi appariva come una strategia pragmatica: se la natura fornisce acqua, cibo, regolazione climatica, allora deve “valere” qualcosa. Altrimenti, semplicemente, per l’economia e per chi governa non esiste.

Questo approccio è nato dalla consapevolezza di un limite strutturale: le società industriali distruggono sistematicamente ciò che trattano come gratuito. Dare un valore alla natura significava sottrarla all’invisibilità.
Eppure, a distanza di trent’anni, il quadro è cambiato radicalmente.
La natura non è più soltanto valutata: è contabilizzata, frammentata, standardizzata, finanziarizzata. Foreste, oceani, biodiversità e cicli biogeochimici sono diventati asset, crediti, unità compensabili.
Ciò che doveva proteggere, oggi spesso legittima nuove forme di sfruttamento.
Il problema non è che le buone intenzioni abbiano fallito.
Il problema è che sono state catturate da un sistema che trasforma ogni valore in merce.

Perché “dare valore alla natura” sembrava una buona idea.

Negli anni Novanta, l’economia ambientale muoveva da una diagnosi corretta: la crisi ecologica non era il risultato di errori marginali, ma di esternalità strutturali. Foreste distrutte, mari degradati, clima destabilizzato non entravano nei conti economici. In questo contesto si colloca il lavoro di Robert Costanza et al. (1997), The value of the world’s ecosystem services and natural capital, che mirava a rendere visibile ciò che l’economia ignorava. Non era un’operazione neoliberale in senso stretto, ma un tentativo di parlare il linguaggio del potere per limitarne i danni. Anche Herman Daly insisteva sulla centralità dei limiti biofisici e sull’impossibilità di una crescita infinita in un sistema finito. Il valore attribuito alla natura doveva servire a frenare, non a espandere. Ma questa distinzione si è persa rapidamente.

Valore d’uso e valore di scambio: la radice teorica del problema

La distinzione marxiana tra valore d’uso e valore di scambio consente di capire cosa è successo dopo.
Il valore d’uso riguarda la capacità di un bene di soddisfare bisogni reali, materiali, vitali. Il valore di scambio misura invece la sua traducibilità in equivalenti monetari, la sua idoneità allo scambio sul mercato.
La natura è, per definizione, portatrice di un valore d’uso immenso: acqua potabile, fertilità dei suoli, stabilità climatica, cicli bio-geochimici da cui dipende ogni forma di vita. Ma non nasce come valore di scambio.
Il capitalismo, però, per funzionare deve trasformare continuamente valore d’uso in valore di scambio.
L’idea di capitale naturale rappresenta esattamente questo passaggio: la traduzione delle funzioni vitali degli ecosistemi in unità economiche negoziabili.
Qui emerge una contraddizione strutturale:
ciò che rende la natura insostituibile — complessità, interdipendenza, irreversibilità — è esattamente ciò che resiste alla logica dello scambio, che richiede invece equivalenza, divisibilità, compensazione. E quando valore d’uso e valore di scambio entrano in conflitto, è sempre il secondo a prevalere.

Dalla valutazione alla mercificazione

Negli ultimi due decenni, questa traduzione è diventata sistematica:

  • servizi ecosistemici → crediti
  • stabilità climatica → carbon pricing
  • biodiversità → offset negoziabili
  • ecosistemi → portafogli di funzioni

La distruzione non viene evitata, ma resa accettabile, purché compensata altrove. Il danno ambientale non è negato, è normalizzato. In questo schema, la natura non è più un limite, ma una variabile di ottimizzazione.

La responsabilità dell’ambientalismo mainstream (WWF in primis)

Qui emerge una responsabilità spesso rimossa: quella dell’ambientalismo istituzionale, in particolare delle grandi ONG internazionali.
Il WWF ha avuto purtroppo un ruolo centrale nel legittimare il linguaggio del capitale naturale, nel promuovere strumenti di mercato come soluzioni ambientali, nel collaborare stabilmente con grandi imprese e istituzioni finanziarie (vedi ad esempio il Report: Reviving the Ocean Economy, 2015).
Non si tratta di mettere in discussione le intenzioni, ma di analizzare gli effetti strutturali. Quando la tutela ambientale viene sistematicamente tradotta in partnership, strumenti finanziari, soluzioni “win-win”, lo spazio del conflitto politico si restringe. Alcune domande diventano indicibili: quali attività devono cessare? quali limiti non sono negoziabili? quanta crescita è compatibile con i limiti planetari?
La natura viene difesa solo a condizione di restare compatibile con il mercato.

Anche la sostenibilità è stata catturata

La stessa sorte toccata al valore della natura è toccata anche al concetto di sostenibilità.
Nata come nozione legata ai limiti biofisici, alla capacità di carico degli ecosistemi e alla responsabilità intergenerazionale, la sostenibilità è stata progressivamente riformattata come criterio di compatibilità economica.
Oggi “sostenibile” non significa più ciò che rispetta i limiti, ma ciò che:

  • non ostacola la crescita,
  • non mette in discussione i modelli di produzione e consumo,
  • può essere certificato, etichettato, venduto.

La sostenibilità è diventata una qualità di mercato, non una soglia ecologica. Un attributo da aggiungere ai prodotti, non un vincolo da imporre alle attività. In questo senso, sostenibilità e capitale naturale condividono la stessa traiettoria: entrambe nascono per porre limiti, entrambe vengono riassorbite come strumenti di gestione della crescita.
Il risultato è paradossale: solo in apparenza: più sostenibilità nei discorsi, meno sostenibilità nei sistemi reali. Un enorme greenwashing.

Non un fallimento morale, ma una cattura sistemica

Attribuire tutto questo a ingenuità o tradimento sarebbe fuorviante. Le buone intenzioni non sono state corrotte: sono state inglobate nella grande narrazione del capitalismo neoliberista.
Un sistema economico fondato su crescita, accumulazione e finanziarizzazione:

  • non può accettare limiti non negoziabili;
  • non può riconoscere valori non scambiabili;
  • non può proteggere ciò che non genera flussi.

Concetti potenzialmente sovversivi possono mettere in crisi il funzionamento normale del sistema:

  • Valore della natura: se preso sul serio implica che alcune attività non sono accettabili a nessun prezzo; che la natura non è sostituibile; che l’economia deve adattarsi agli ecosistemi e non il contrario.
  • Sostenibilità: se presa sul serio implica che la crescita materiale ha dei limiti; che alcuni settori devono ridursi o scomparire; che il “business as usual” non è compatibile con il futuro.
  • Responsabilità intergenerazionale: se presa sul serio implica che i diritti dei non-nati contano più dei profitti immediati; che molte decisioni attuali sono moralmente illegittime; che il presente non può saccheggiare il futuro.

Presi sul serio, questi concetti non sono compatibili con un sistema basato su crescita continua, competizione e accumulazione.

Valore senza prezzo: riaprire la questione dei limiti

Criticare la mercificazione non significa negare il valore della natura. Significa separare il valore dal prezzo.
Occorre riconoscere che:

  • non tutto ciò che conta deve essere scambiabile;
  • alcuni ecosistemi non sono sostituibili;
  • alcuni danni non sono compensabili.

Questo implica uno spostamento radicale:

  • dal mercato alla politica;
  • dalla gestione alla decisione collettiva;
  • dall’efficienza alla giustizia ecologica.

Come ricordano gli studi sulla frattura metabolica, la crisi ecologica nasce dalla subordinazione del metabolismo società–natura alle esigenze dell’accumulazione.

Conclusione

Attribuire valore alla natura non è stato un errore, ma pensare che quel valore potesse essere affidato ai mercati, sì.
I mostri nascono da un sistema che trasforma il valore d’uso in valore di scambio, e da un ambientalismo che ha accettato questa traduzione come inevitabile.
Oggi la vera alternativa non è tra sviluppo e protezione, ma tra limiti politici e mercificazione totale.
E questa scelta non può essere delegata ai mercati.


Questo testo e/o contenuto grafico è stato elaborato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, integrati in un processo critico e curato di scrittura collaborativa. Scopri di più nella nota metodologica .



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