
La guerra russo-ucraina ha riportato nel linguaggio politico e militare europeo espressioni che per trent’anni sembravano appartenere quasi esclusivamente alla storia della Guerra fredda. Fra queste, una delle più inquietanti è “arma nucleare tattica”.
La parola tattica ha un effetto quasi rassicurante. Suggerisce qualcosa di circoscritto: un’arma destinata al campo di battaglia, più piccola delle grandi testate strategiche progettate per colpire città e infrastrutture lontane, forse persino utilizzabile senza trasformare automaticamente un conflitto convenzionale in una catastrofe nucleare generale.
Il problema è che tattico descrive soprattutto la funzione militare dell’arma, non la modestia delle sue conseguenze. Una vicenda quasi dimenticata della Guerra fredda permette di capirlo molto meglio di molte discussioni astratte. Non occorre andare in Ucraina o immaginare un remoto campo di battaglia dell’Europa orientale. Basta percorrere pochi chilometri da Gorizia o Monfalcone e raggiungere Marcottini/Poljane, piccola frazione del comune di Doberdò del Lago.

