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A proposito di “armi nucleari tattiche”: Marcottini (GO), 1961

La guerra russo-ucraina ha riportato nel linguaggio politico e militare europeo espressioni che per trent’anni sembravano appartenere quasi esclusivamente alla storia della Guerra fredda. Fra queste, una delle più inquietanti è “arma nucleare tattica”.
La parola tattica ha un effetto quasi rassicurante. Suggerisce qualcosa di circoscritto: un’arma destinata al campo di battaglia, più piccola delle grandi testate strategiche progettate per colpire città e infrastrutture lontane, forse persino utilizzabile senza trasformare automaticamente un conflitto convenzionale in una catastrofe nucleare generale.
Il problema è che tattico descrive soprattutto la funzione militare dell’arma, non la modestia delle sue conseguenze. Una vicenda quasi dimenticata della Guerra fredda permette di capirlo molto meglio di molte discussioni astratte. Non occorre andare in Ucraina o immaginare un remoto campo di battaglia dell’Europa orientale. Basta percorrere pochi chilometri da Gorizia o Monfalcone e raggiungere Marcottini/Poljane, piccola frazione del comune di Doberdò del Lago.

All’inizio degli anni Sessanta, proprio lì, la pianificazione militare italiana prendeva concretamente in considerazione l’esplosione di un ordigno nucleare sul proprio territorio per fermare un’eventuale avanzata proveniente da est.
Non è una leggenda locale. È scritto nei documenti militari italiani.

Marcottini, Punto Zero

Un progetto di ricerca del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Trieste, “La Soglia di Gorizia. Dalla cortina di ferro alla via della pace”, ha riportato alla luce una minuta conservata presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Il documento, datato 10 febbraio 1961, riguarda la Fortificazione del Carso di Monfalcone. È possibile leggere direttamente la ricostruzione dell’Università di Trieste e le riproduzioni del documento originale. La segnatura archivistica è riportata nella pagina delle fonti del progetto.

Nel documento compare una sigla apparentemente innocua: P.Z., cioè Punto Zero, il punto della superficie terrestre individuato come riferimento dell’esplosione. E accanto al P.Z. compare un nome: MARCOTTINI.
Il progetto precedente, al quale la minuta del 1961 si riferisce, contemplava per quel punto un ordigno da 20 KT, dove KT significa kilotoni: un kilotone corrisponde all’energia liberata dall’esplosione di mille tonnellate di tritolo. Venti kilotoni equivalgono dunque, in termini energetici, a circa 20.000 tonnellate di TNT. È una potenza dello stesso ordine di grandezza delle bombe utilizzate nel 1945 contro Hiroshima e Nagasaki. La stessa ricostruzione dell’Università di Trieste ricorda che la bomba di Hiroshima viene oggi stimata intorno ai 16 kt.

La scelta di Marcottini aveva una precisa logica geografica. Il paese sorge presso un quadrivio dal quale una strada conduce verso Polazzo e Sagrado, consentendo di aggirare parte del sistema fortificato. Poco a ovest di Visintini/Vižintini si trovava inoltre un altro incrocio che collegava direttamente Devetachi, Marcottini e San Martino del Carso. Secondo la documentazione ricostruita dall’Università di Trieste, i due nodi stradali avrebbero dovuto essere investiti in pieno dall’onda d’urto, in modo da renderli impraticabili.
Il bersaglio, dunque, non era Marcottini in quanto paese. Era il territorio stesso: strade, incroci, rilievi e corridoi attraverso i quali avrebbe potuto avanzare una formazione corazzata.

Ed è precisamente questo che rende il caso così istruttivo.

Guardare la carta cambia la percezione

Per comprendere la scala geografica di questa decisione è utile osservare una carta reale. Una mappa in scala 1:25.000 della Piana isontina, elaborata nell’ambito di una tesi di Geologia dell’Università di Padova, riporta nello stesso foglio Gorizia, Monte San Michele, Devetachi, Visintini, Marcottini, Polazzo, Doberdò del Lago e Monfalcone e presenta in basso una scala grafica da 0 a 6 chilometri. Le informazioni idrogeologiche sovrapposte alla carta non interessano qui: ciò che è utile è la base cartografica e la possibilità di percepire immediatamente quanto siano ravvicinate le località.
Per osservare nel dettaglio l’area immediatamente attorno al Punto Zero esiste inoltre la Carta Tecnica Numerica Regionale del Friuli Venezia Giulia, foglio 088112 “Marcottini”, in scala 1:5.000, sulla quale compaiono Marcottini, Visintini, Devetachi e l’area del San Michele. La carta contiene una barra grafica 0–500 metri. È probabilmente la rappresentazione più utile per rendersi conto di quanto Visintini fosse vicina all’area indicata dal piano.
Dobbiamo tuttavia evitare una falsa precisione: il documento militare scrive «P.Z. (MARCOTTINI)», ma non ci fornisce una coordinata geografica al metro. Le distanze fra i centri delle località ci danno quindi l’ordine di grandezza, non la distanza esatta dal punto di detonazione previsto.

Che cosa avrebbe significato un’esplosione da 20 kilotoni?

Non possiamo ricostruire esattamente le conseguenze di un’esplosione che non avvenne. Non conosciamo la quota prevista per la detonazione, il tipo esatto di testata, il punto preciso all’interno dell’area di Marcottini e, per il fallout, le condizioni meteorologiche che si sarebbero verificate nel momento dell’impiego.
Possiamo però stabilire gli ordini di grandezza.
L’UNIDIR, United Nations Institute for Disarmament Research, cioè l’Istituto delle Nazioni Unite per la ricerca sul disarmo, ha pubblicato uno studio sugli effetti di detonazioni nucleari relativamente piccole, utilizzando anche simulazioni fisiche del tipo impiegato da NUKEMAP. I valori devono essere intesi come indicativi: la morfologia del terreno, gli edifici, la quota di scoppio e molte altre variabili modificano fortemente gli effetti reali.

Per un ordigno dell’ordine dei 20 kt, le grandezze sono comunque impressionanti:

Effetto indicativoDetonazione al suoloDetonazione in aria
Palla di fuoco0,2–0,3 km0,2 km
Sovrappressione molto distruttiva, (~20 psi)0,6 km0,8 km
Sovrappressione severa, (~5 psi)1,2 km 1,7 km
Possibili ustioni di III grado per persone direttamente esposte1,9 km2,2 km
Radiazione iniziale potenzialmente letale, nell’ordine di 500 rem1,4 km1,3 km

PSI significa pounds per square inch, libbre per pollice quadrato: è un’unità utilizzata per esprimere la sovrappressione dell’onda d’urto. Cinque psi, circa 35 kilopascal, rappresentano già una pressione capace di produrre danni strutturali molto gravi agli edifici ordinari. REM, roentgen equivalent man, è invece una vecchia unità utilizzata per esprimere l’effetto biologico delle radiazioni ionizzanti. I valori riportati non vanno interpretati come confini netti tra salvezza e distruzione: descrivono fasce probabilistiche.

Il Comitato internazionale della Croce Rossa ricorda che anche una singola arma nucleare di potenza relativamente bassa, se utilizzata in prossimità di un’area abitata, produce simultaneamente onda d’urto, calore estremo, radiazioni ionizzanti e contaminazione radioattiva, danneggiando nello stesso tempo le infrastrutture necessarie a soccorrere i sopravvissuti. La nota tecnica del Comitato internazionale della Croce Rossa sugli effetti e sulla risposta umanitaria a un’esplosione nucleare sottolinea proprio questa difficoltà.

Visintini: poco più di un chilometro

A questo punto i numeri astratti diventano luoghi.
Il centro di Visintini dista dal centro di Marcottini circa 1,3 chilometri; quello di Doberdò del Lago circa 1,8 km; Devetachi circa 2 km; Polazzo circa 4,6 km; Sagrado circa 5,3 km e Monfalcone circa 6 km. Sono distanze in linea d’aria approssimative e, ripeto, il P.Z. militare poteva trovarsi alcune centinaia di metri più vicino o più lontano rispetto ai centri convenzionali delle località.

Ma il dato su Visintini resta impressionante.

Un chilometro e trecento metri è sostanzialmente la scala della fascia nella quale un ordigno da 20 kt produrrebbe danni gravissimi. Nel caso di una detonazione al suolo, Visintini si troverebbe all’incirca sul margine della zona associata a una sovrappressione di circa 5 psi; nel caso di un’esplosione in aria sarebbe nettamente al suo interno. In entrambi gli scenari sarebbe entro la fascia della radiazione termica capace di provocare ustioni molto gravi a persone direttamente esposte.
Questo non consente di dire quanti abitanti sarebbero morti o quali edifici sarebbero stati distrutti. Sarebbe un abuso della simulazione: case, muri, terreno carsico, doline, vegetazione, orientamento rispetto all’esplosione e quota di scoppio avrebbero prodotto grandi differenze.
Ma non abbiamo nemmeno bisogno di una simulazione moderna per dimostrare che Visintini sarebbe stata direttamente coinvolta. La documentazione storica dice che l’incrocio immediatamente a ovest della località era uno dei due nodi che si intendeva investire con l’onda d’urto per renderli impraticabili.

Visintini non sarebbe stata quindi un danno collaterale remoto e imprevedibile. Era immediatamente accanto a uno degli effetti territoriali ricercati dal piano.

Doberdò, Devetachi e gli altri paesi

Anche Doberdò del Lago, a meno di due chilometri dal centro di Marcottini, sarebbe stato tutt’altro che esterno all’evento. Nelle simulazioni di riferimento, quella distanza è prossima al limite della fascia in cui persone direttamente esposte possono ricevere una dose termica sufficiente a provocare ustioni gravissime. Devetachi si trova a una distanza comparabile, appena superiore.
Polazzo e Sagrado sarebbero stati molto più lontani dalle zone di distruzione diretta più intensa. Monfalcone ancora di più. Ma parlare semplicemente di “fuori dal raggio” sarebbe ingannevole, perché con un’arma nucleare esiste un secondo problema: il fallout radioattivo.

Il fallout non conosce il cerchio tracciato sulla mappa

Se una testata esplode sufficientemente in alto, senza che la palla di fuoco tocchi il terreno, il fallout locale può essere relativamente limitato. Se invece la detonazione avviene al suolo o molto vicino ad esso, grandi quantità di terreno, roccia e detriti vengono vaporizzate o sollevate nella nube, diventano radioattive e successivamente ricadono sottovento.
Il Carso avrebbe fornito alla nube polveri, rocce e materiali del terreno. Ma non sappiamo quale quota di scoppio fosse prevista per Marcottini. Non sarebbe quindi corretto affermare che il fallout avrebbe raggiunto certamente Gorizia, Monfalcone o Trieste.
Avrebbe potuto raggiungere aree molto lontane se esse si fossero trovate sottovento.

Ed è proprio questo il punto. Il fallout non forma un bel cerchio attorno al Punto Zero. Produce una plume, una fascia allungata la cui direzione e ampiezza dipendono dai venti alle diverse quote, dalle precipitazioni e dalle caratteristiche dell’esplosione. Il Comitato internazionale della Croce Rossa sottolinea che i materiali radioattivi possono essere trasportati a grandi distanze e anche oltre frontiera.
Il concetto di “campo di battaglia locale”, dunque, comincia a perdere significato nel momento stesso in cui entra in gioco l’arma nucleare.

Persino le proprie truppe erano troppo vicine

C’è un passaggio del documento del 1961 che forse dice più di tutti gli altri.
Lo SME, cioè lo Stato Maggiore dell’Esercito, osservava che fra il prevedibile Punto Zero di Marcottini e il perimetro del caposaldo campale di Monte San Michele vi erano circa 1.250 metri. Non si tratta della distanza dalla cima attuale del Monte San Michele, che è maggiore, ma dal perimetro del sistema difensivo previsto.
Lo SME giudicava quella distanza insufficiente a garantire un «rischio accettabile» ai propri soldati, soprattutto con gli ordigni da 20 kt previsti dal progetto. Perciò proponeva di utilizzare «ordigni della minima potenza disponibile», di ricorrere al «solo lancio con cannone» e di modificare o rafforzare le posizioni difensive. Il documento originale è consultabile nella pagina 3 della minuta militare del 10 febbraio 1961.
Il riferimento al cannone era legato alla precisione del tiro: nel documento compare il CEP, Circular Error Probable, cioè errore circolare probabile, una misura statistica della dispersione dei colpi intorno al punto mirato. L’espressione «CEP praticamente nullo» non significa naturalmente errore matematicamente zero: significa che, rispetto alle dimensioni degli effetti di un’esplosione nucleare, il tiro d’artiglieria veniva considerato molto più preciso di altri vettori disponibili.

La scena che emerge dal documento è quasi paradossale: gli ufficiali stavano calcolando quanto lontano dovessero trovarsi i propri uomini dalla propria esplosione nucleare per avere una ragionevole probabilità di sopravvivere.

La questione tecnica, in poche righe

La ricostruzione del sistema d’arma esatto rimane incompleta. Il progetto originario del 1960 contemplava 20 kt; nel febbraio 1961 lo SME giudicò quella soluzione troppo pericolosa e prescrisse la minima potenza disponibile e il solo tiro con cannone. Nel contesto erano presenti sistemi come gli Honest John e, successivamente, artiglierie nucleari da 203 mm con testate statunitensi; operava inoltre la SETAF, Southern European Task Force, la forza statunitense costituita per sostenere la difesa del fianco meridionale della NATO, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. Non abbiamo però ancora trovato un documento che identifichi con certezza la specifica testata e la batteria destinate a Marcottini. Attribuire oggi al piano un preciso modello di arma sarebbe quindi prematuro.

La Soglia di Gorizia

Marcottini non era un’eccezione.

La Soglia di Gorizia rappresentava uno dei punti più sensibili dell’intero fianco meridionale della NATO. Fra il Collio e il Carso si apre infatti un corridoio che collega le valli dell’Isonzo e del Vipacco alla pianura friulana. In caso di conflitto con il Patto di Varsavia, da qui avrebbero potuto penetrare grandi formazioni meccanizzate verso la pianura padana.
Lo storico Lorenzo Ielen ha mostrato come la difesa di questo settore costituisse una delle grandi preoccupazioni militari italiane del primo dopoguerra; il suo studio sulla Soglia di Gorizia e la difesa del confine orientale italiano ricostruisce il progressivo inserimento di questa frontiera nel dispositivo occidentale.

La situazione politica era eccezionale. Trieste era uscita da pochissimo dalla lunga crisi del Territorio Libero; il Memorandum di Londra del 1954 aveva appena ricondotto la Zona A sotto amministrazione italiana. Gorizia era diventata una città di confine con Nova Gorica costruita immediatamente oltre la frontiera. Monfalcone, il Carso e il Vallone si trovavano sulla direttrice che collegava la frontiera alla pianura.
E, nel frattempo, la Jugoslavia occupava una posizione anomala. Dopo la rottura fra Tito e Stalin del 1948 non apparteneva al Patto di Varsavia e seguiva una propria politica internazionale, ma il dispositivo NATO doveva comunque prepararsi all’eventualità di un conflitto generale nell’Europa orientale.
La conseguenza fu che Gorizia, il Carso e il Monfalconese vennero pensati come possibile campo della prima grande battaglia terrestre sul territorio italiano.

Le ricerche di Dieter Krüger sui piani di LANDSOUTH — Allied Land Forces Southern Europe, il comando NATO delle forze terrestri dell’Europa meridionale — mostrano che già nel 1954 venivano presi in considerazione impieghi nucleari nell’area di Gorizia, Doberdò e nell’attuale Slovenia. La sintesi pubblicata dal Centro di storia militare della Bundeswehr è consultabile nello studio “Brennender Enzian”: la pianificazione NATO per Austria e Italia settentrionale 1951–1960.

Difendere il territorio distruggendolo

Qui si incontra il vero paradosso politico della vicenda.

Dal punto di vista dei pianificatori militari occidentali, la logica aveva una sua coerenza. La NATO temeva che le forze del Patto di Varsavia potessero disporre di una superiorità convenzionale in Europa. L’arma nucleare tattica veniva quindi pensata come mezzo per compensarla: distruggere concentrazioni di truppe, interrompere vie di avanzata, creare ostacoli e impedire uno sfondamento.
La deterrenza serviva precisamente a evitare che quella guerra iniziasse.
Questo va ricordato, perché sarebbe una caricatura presentare i documenti di Marcottini come il progetto di militari desiderosi di utilizzare l’atomica. I piani di guerra vengono predisposti proprio per scenari che si spera non si verifichino.
Ma questa razionalità strategica non elimina la contraddizione.

Per impedire al nemico di conquistare una parte del territorio italiano si contemplava la possibilità di distruggerne nuclearmente una parte.

Le popolazioni di Marcottini, Visintini, Devetachi, Doberdò e delle zone circostanti entravano così, senza averlo deciso, nell’equazione militare.
Il documento parla di “rischio accettabile” per i soldati.
Ma quanto ne sapevano gli abitanti di Gorizia, Monfalcone, Doberdò o Trieste del fatto che il loro territorio fosse incorporato in piani di guerra nucleare? Quanto di quella pianificazione poteva realmente essere sottoposto al controllo democratico, considerando la segretezza che circondava gli accordi nucleari NATO e la custodia statunitense delle testate?
La Guerra fredda non era vissuta nello stesso modo ovunque. In Friuli Venezia Giulia la frontiera non era un concetto geopolitico. Era un luogo fisico che attraversava paesi, famiglie, strade e campagne.

Dalla Guerra fredda all’Ucraina

È qui che Marcottini smette di essere soltanto una curiosità storica.

Nell’agosto 2026 la guerra russo-ucraina è ancora in corso e i negoziati per porvi fine rimangono sostanzialmente bloccati. Nel corso del conflitto la dimensione nucleare è tornata ripetutamente nel dibattito strategico europeo.
Nel novembre 2024 la Federazione Russa ha modificato formalmente i propri Fondamenti della politica statale nel campo della deterrenza nucleare. Il testo ufficiale amplia le circostanze considerate rilevanti ai fini della deterrenza e stabilisce, fra l’altro, che un’aggressione condotta da uno Stato non nucleare con la partecipazione o il sostegno di una potenza nucleare possa essere considerata un’aggressione congiunta. È possibile leggere la traduzione integrale della dottrina russa del 19 novembre 2024 pubblicata dal Russia Maritime Studies Institute dello U.S. Naval War College.
Questo non significa che la Russia stia inevitabilmente per utilizzare un’arma nucleare in Ucraina. E soprattutto non significa che l’Ucraina del XXI secolo sia semplicemente la Soglia di Gorizia del 1961. Contesti politici, militari e tecnologici sono profondamente diversi.

Il punto comune è più sottile e più importante: l’idea che possa esistere un impiego nucleare limitato, controllato e confinabile al campo di battaglia.

Il SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute, uno dei principali istituti internazionali di ricerca sulla sicurezza e sugli armamenti, osserva nel suo Yearbook 2026 che gli Stati dotati di armi nucleari stanno nuovamente attribuendo a esse un ruolo crescente nelle proprie strategie, mentre aumentano i rischi di errore di calcolo e di escalation. All’inizio del 2026 il SIPRI stimava circa 12.187 testate nucleari nel mondo, delle quali 9.745 appartenenti agli stock militari potenzialmente disponibili per l’impiego. Il riepilogo del SIPRI Yearbook 2026 è disponibile qui.
A rendere il quadro ancora più fragile è la scadenza, il 5 febbraio 2026, del New START, il trattato russo-statunitense che limitava le armi nucleari strategiche dispiegate e prevedeva meccanismi di trasparenza e verifica. Con la sua scadenza sono venuti meno gli ultimi limiti giuridicamente vincolanti di questo tipo fra le due maggiori potenze nucleari.
Il SIPRI stima inoltre che la Russia disponga di circa 1.477 testate nucleari non strategiche, quelle che vengono comunemente definite “tattiche”, mentre gli Stati Uniti ne avrebbero circa 200. Sono proprio queste armi a rappresentare uno dei problemi più delicati per la sicurezza europea. L’analisi SIPRI sul dopo-New START e sulle armi nucleari tattiche in Europa è consultabile qui.

“Tattico” visto da Visintini

È qui che la vicenda di Marcottini offre forse la sua lezione più semplice.

Un comando militare può classificare una testata da 20 kilotoni come arma tattica, perché è destinata a interrompere un asse stradale, colpire una formazione nemica o modificare il rapporto di forze sul campo di battaglia.
Ma proviamo a cambiare punto di osservazione.

Mettiamoci a Visintini.

A poco più di un chilometro dal Punto Zero previsto, la distinzione fra “arma tattica” e “arma strategica” perde improvvisamente gran parte del suo significato.
L’onda d’urto non sa di essere tattica.
La radiazione termica non sa di essere tattica.
Le radiazioni ionizzanti non sanno di essere tattiche.
Il fallout non conosce il confine del campo di battaglia.
E chi vive in un paese a un chilometro dal Punto Zero non viene protetto dalla terminologia strategica.

La lezione di Marcottini

Oggi si può guidare tranquillamente fra Marcottini, Visintini, Devetachi e Doberdò. Si attraversano piccoli paesi, boschi, prati, doline e affioramenti della roccia carsica. A pochi chilometri ci sono Monfalcone e Gorizia; più lontano, Trieste.
È difficile guardare quel paesaggio e immaginarlo come appariva sulle carte degli ufficiali della Guerra fredda: assi di penetrazione, capisaldi, punti zero, raggi di distruzione.

Ed è forse proprio questo il valore della vicenda.

Le dottrine nucleari parlano necessariamente un linguaggio astratto: deterrenza, escalation, yield, first use, counterforce, risposta proporzionata, arma tattica. È il linguaggio con cui gli Stati cercano di calcolare e rendere governabile il rischio nucleare.
Marcottini restituisce invece all’arma nucleare una geografia concreta.

Punto Zero significa un incrocio.
1,3 chilometri significa Visintini.
Meno di 2 chilometri significa Doberdò.
20 kilotoni significa un’energia paragonabile a quella liberata da una delle bombe atomiche del 1945.
Fallout significa che la carta non termina con il cerchio dell’onda d’urto.
E “danno collaterale” significa persone che abitano quei luoghi.

Dal 1945 nessuna arma nucleare è stata nuovamente utilizzata in guerra. Non sappiamo se questo lunghissimo periodo di non impiego continuerà indefinitamente.
La guerra in Ucraina, il deterioramento del sistema di controllo degli armamenti e il ritorno delle armi nucleari nel linguaggio politico europo rendono quindi la storia di Marcottini qualcosa di più di un episodio della Guerra fredda.
Ci obbliga a porre una domanda molto semplice ogni volta che sentiamo parlare, con apparente naturalezza, di una possibile “arma nucleare tattica”:

siamo davvero consapevoli di ciò che quella parola significa, una volta riportata sulla carta geografica e tradotta in chilometri?


Riferimenti bibliografici

Fonti documentarie e studi su Marcottini e la Soglia di Gorizia

Stato Maggiore dell’Esercito, III Reparto, Ufficio Operazioni – II Sezione, Fortificazione del Carso di Monfalcone, 10 febbraio 1961. AUSSME, Fondo I-7, busta 2.
È la fonte primaria fondamentale del saggio. AUSSME indica l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Nella minuta Marcottini è indicata come prevedibile P.Z. (Punto Zero) per l’impiego nucleare; viene richiamata l’ipotesi di ordigni da 20 kt e viene rilevato che la distanza di circa 1.250 metri dalle posizioni italiane del San Michele non garantirebbe un «rischio accettabile». Lo SME propone quindi la minima potenza disponibile e il «solo lancio con cannone».
Documento, riproduzioni e commento storico
Segnatura archivistica AUSSME

Università degli Studi di Trieste, Dipartimento di Scienze politiche e sociali, La Soglia di Gorizia. Dalla cortina di ferro alla via della pace, progetto di ricerca, 2023–.
È il progetto che ha valorizzato e reso pubblicamente accessibili numerosi documenti militari relativi alla fortificazione del confine orientale. La sezione su Marcottini ricostruisce anche la logica geografica del Punto Zero, individuando nei nodi viari di Marcottini e dell’area immediatamente a ovest di Visintini gli obiettivi che l’onda d’urto avrebbe dovuto rendere impraticabili.
La Soglia di Gorizia – sito del progetto

Caccamo, Giulia (a cura di), La soglia di Gorizia e la difesa del confine orientale italiano, Milano, FrancoAngeli, 2025, Open Access.
È il riferimento scientifico complessivo più aggiornato sulla pianificazione militare del confine nordorientale. Particolarmente rilevanti per il saggio sono il capitolo di Marco Basilisco sulle fortificazioni del Carso isontino e quello di Dieter Krüger sulla pianificazione operativa LANDSOUTH. Il volume colloca il caso Marcottini dentro una strategia molto più ampia, nella quale la disponibilità di armamenti nucleari condizionava direttamente la difesa della Soglia di Gorizia.
Volume FrancoAngeli Open Access

Ielen, Lorenzo, “La ‘soglia di Gorizia’ e la difesa del confine orientale italiano (1945-1955)”, Storicamente, vol. 19, 2023, art. 9, DOI 10.52056/9791254693124/09.
Articolo scientifico sottoposto a double-blind peer review. Ricostruisce la vulnerabilità strategica della Soglia di Gorizia nel primo decennio del dopoguerra e il passaggio dai piani contro una possibile aggressione jugoslava alla preparazione per un attacco sovietico su larga scala. Ielen paragona il ruolo della Soglia di Gorizia, sul fianco meridionale della NATO, a quello del Fulda Gap in Germania.
Articolo completo – Storicamente

Krüger, Dieter, Brennender Enzian. Die Operationsplanung der NATO für Österreich und Norditalien 1951 bis 1960, Freiburg im Breisgau, Rombach, 2010.
Studio fondamentale, basato sulla documentazione della NATO, sulla pianificazione di LANDSOUTH – Allied Land Forces Southern Europe, il comando delle forze terrestri alleate dell’Europa meridionale. Mostra come già negli anni Cinquanta la difesa dell’Italia nordorientale fosse stata progressivamente “nuclearizzata” e come fossero previsti attacchi atomici nell’area di Gorizia, Doberdò e nell’attuale Slovenia.
Scheda e sintesi dello Zentrum für Militärgeschichte und Sozialwissenschaften der Bundeswehr

Armi nucleari statunitensi in Italia e controllo politico

Burr, William (a cura di), The U.S. Nuclear Presence in Western Europe, 1954-1962, Part II, National Security Archive, George Washington University, 2020.
Raccolta di documenti statunitensi declassificati essenziale per comprendere il sistema di nuclear sharing della Guerra fredda. Per l’Italia documenta la presenza di armi nucleari statunitensi, le trattative del 1961 sul loro stoccaggio e soprattutto la richiesta italiana che il loro eventuale impiego avvenisse con il consenso del governo italiano. È utile per comprendere perché un piano operativo come Marcottini non equivalesse a una decisione autonoma del comando locale di utilizzare l’arma nucleare.
National Security Archive – documenti USA sull’Italia

Effetti fisici e umanitari di una detonazione nucleare

Borrie, John; Caughley, Tim, An Illusion of Safety: Challenges of Nuclear Weapon Detonations for United Nations Humanitarian Coordination and Response, UNIDIR, Geneva, 2014, UNIDIR/2014/6.
È la principale fonte utilizzata nel saggio per dare ordini di grandezza agli effetti di una detonazione dell’ordine di 20 kt: onda d’urto, radiazione termica, radiazioni ionizzanti e fallout. UNIDIR significa United Nations Institute for Disarmament Research, Istituto delle Nazioni Unite per la ricerca sul disarmo. Lo studio insiste sul carattere necessariamente indicativo delle simulazioni e sulle enormi difficoltà di risposta umanitaria dopo una detonazione nucleare in area abitata.
Studio UNIDIR completo

International Committee of the Red Cross – ICRC, Humanitarian impacts and risks of use of nuclear weapons, 2020.
Sintesi autorevole delle conoscenze sulle conseguenze umanitarie delle armi nucleari. L’ICRC – Comitato Internazionale della Croce Rossa – sottolinea che esplosione, calore, radiazioni e contaminazione agiscono contemporaneamente e possono compromettere anche ospedali, trasporti, comunicazioni e capacità di soccorso. È particolarmente importante per interpretare il significato umano di espressioni apparentemente tecniche come “arma nucleare tattica”.
ICRC – Humanitarian impacts and risks of nuclear weapons

Il ritorno della questione nucleare nella guerra russo-ucraina

Russian Federation, Fundamentals of the State Policy of the Russian Federation in the Area of Nuclear Deterrence, decreto presidenziale n. 991, 19 novembre 2024; traduzione del Russia Maritime Studies Institute, U.S. Naval War College.
È il testo della dottrina nucleare russa aggiornata nel 2024. Definisce le minacce rispetto alle quali Mosca intende esercitare la deterrenza nucleare e le condizioni che possono portare alla considerazione dell’impiego di armi nucleari. È la fonte primaria più appropriata per collegare con prudenza il caso storico di Marcottini alla rinnovata centralità del rischio nucleare durante la guerra in Ucraina, evitando di basarsi soltanto su dichiarazioni politiche o interpretazioni giornalistiche.
Testo e traduzione – U.S. Naval War College

Stockholm International Peace Research Institute – SIPRI, SIPRI Yearbook 2026: Armaments, Disarmament and International Security, Oxford University Press, 2026.
Il SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute – fornisce uno dei riferimenti internazionali più autorevoli per consistenza, modernizzazione e ruolo degli arsenali nucleari. L’edizione 2026 segnala una crescente dipendenza degli Stati dalle armi nucleari come strumenti di potenza, modernizzazioni diffuse degli arsenali e maggiori rischi di miscalculation, cioè errore di valutazione, ed escalation. È il riferimento principale per il quadro contemporaneo con cui si conclude il saggio.
SIPRI Yearbook 2026
Sintesi 2026 sugli arsenali e i rischi di escalation

Nota sulle fonti

Per il caso specifico di Marcottini occorre distinguere tre livelli di evidenza. L’esistenza del piano nucleare, il riferimento al Punto Zero di Marcottini, ai 20 kt e alla distanza di circa 1.250 m dalle difese italiane, derivano direttamente dalla documentazione militare dello Stato Maggiore dell’Esercito. La ricostruzione della funzione strategica della Soglia di Gorizia e della pianificazione nucleare NATO deriva dagli studi storici basati sugli archivi italiani e alleati. Le conseguenze ipotizzate per Visintini, Devetachi, Doberdò del Lago e le altre località sono invece stime fisiche ricavate da modelli di detonazione: indicano ordini di grandezza plausibili, non permettono di ricostruire con precisione danni o vittime di un’esplosione mai avvenuta.


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