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Una sedia per il Pianeta: il Belgio nomina il primo Chief Planetary Officer.

C’è una domanda sorprendentemente semplice che raramente ci poniamo quando pensiamo a come funziona un governo.
Quando un esecutivo deve decidere una politica economica, dispone di economisti, ministeri delle finanze, banche centrali, uffici di bilancio e istituti statistici. Se deve affrontare una minaccia militare, ha generali, servizi di sicurezza e consiglieri strategici. Per la salute pubblica esistono autorità sanitarie, epidemiologi e comitati scientifici.
Ma quando una decisione riguarda — direttamente o indirettamente — la stabilità del sistema terrestre dal quale dipendono economia, salute, sicurezza alimentare e perfino la sopravvivenza delle società, chi rappresenta il pianeta nella stanza in cui si decide?

La risposta, fino a oggi, è stata quasi sempre: nessuno.

È da questa constatazione che nasce una piccola ma interessante novità istituzionale. Alla fine di giugno 2026, durante la London Climate Action Week, il Belgio è diventato il primo Paese ad aderire alla nuova Chief Planetary Scientist Initiative, promossa dai Planetary Guardians, designando Luc Bas, direttore del Climate Risk Assessment Center belga, CERAC, come primo Chief Planetary Officer. L’obiettivo dichiarato della rete è creare all’interno dei governi una figura capace di collegare la scienza dei Planetary Boundaries con le decisioni riguardanti politiche pubbliche, sicurezza e investimenti.

Il titolo merita una precisazione. Si è spesso parlato di Chief Planetary Scientist, ma nel caso belga la denominazione ufficiale è Chief Planetary Officer. È stato lo stesso Bas a chiarirlo: in Belgio non esiste istituzionalmente la figura del Chief Scientist. La funzione, tuttavia, rimane sostanzialmente quella immaginata dall’iniziativa: tradurre la migliore conoscenza scientifica disponibile in informazioni utilizzabili dalla politica.

Johan Rockström, uno degli ideatori del concetto dei limiti planetari e oggi direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha commentato la decisione con una frase molto netta: «Every government should have a Chief Planetary Scientist». Secondo Rockström, governi che dispongono di consiglieri economici, sanitari e militari dovrebbero avere anche qualcuno incaricato di portare nel processo decisionale la conoscenza integrata del sistema Terra.

L’idea può sembrare quasi ovvia. In realtà implica un cambiamento culturale molto più profondo.

Il pianeta non è un ministero

Le nostre istituzioni sono state costruite secondo una logica settoriale. L’agricoltura appartiene al ministero dell’agricoltura, l’energia a quello dell’energia, i trasporti ai trasporti, l’economia all’economia, l’ambiente all’ambiente.
Il sistema terrestre, purtroppo per gli organigrammi ministeriali, non conosce queste suddivisioni.

Una politica energetica modifica le emissioni, ma può anche modificare l’uso del suolo, la domanda di minerali, il consumo di acqua e la biodiversità. Una politica agricola riguarda contemporaneamente clima, acqua, suolo, fosforo, azoto, ecosistemi e sicurezza alimentare. La produzione industriale coinvolge energia, materie prime, sostanze sintetiche, inquinamento e cicli biogeochimici.
Il grande contributo del framework dei Planetary Boundaries, introdotto nel 2009 e successivamente aggiornato, è stato precisamente quello di mostrare che la stabilità della Terra dipende dall’interazione di diversi grandi processi biofisici. Clima, integrità della biosfera, uso del territorio, acqua dolce, cicli dell’azoto e del fosforo, acidificazione oceanica, aerosol atmosferici, ozono stratosferico e cosiddette novel entities costituiscono un sistema interdipendente.

Nel 2025 il Planetary Health Check ha concluso che sette dei nove limiti planetari sono ormai oltre lo spazio operativo considerato sicuro. All’elenco si è aggiunta l’acidificazione degli oceani, mentre soltanto ozono stratosferico e aerosol atmosferici globali rimangono complessivamente nella zona considerata sicura.

Il significato dei Planetary Boundaries viene talvolta banalizzato. Non sono nove soglie oltre le quali il pianeta improvvisamente “collassa”. Sono piuttosto guardrail di sicurezza: superarli significa entrare progressivamente in condizioni nelle quali aumentano probabilità e intensità di cambiamenti sistemici, non lineari e potenzialmente irreversibili.
Ed è qui che la figura immaginata dai Planetary Guardians acquista interesse.
Perché ciò che manca alla politica contemporanea non è necessariamente la conoscenza dei singoli problemi ambientali. Manca soprattutto una rappresentazione istituzionale della loro interdipendenza.

Il Belgio non parte da zero

La decisione belga ha una storia che precede la nomina di Luc Bas.

Nel luglio 2021 il Belgio fu colpito da alluvioni catastrofiche: 39 persone morirono, oltre 100.000 furono coinvolte e i danni complessivi sono stati stimati in circa 5,2 miliardi di euro. Nell’ottobre dello stesso anno il Consiglio dei ministri decise di creare il CERAC, un centro indipendente incaricato di analizzare i rischi climatici e ambientali di medio e lungo periodo. Dal gennaio 2025 il centro dispone anche di una base giuridica formalizzata attraverso un regio decreto.

C’è un aspetto particolarmente interessante: il CERAC non riferisce soltanto alle autorità ambientali. Produce raccomandazioni per il governo federale e fornisce consulenza al Consiglio nazionale di sicurezza. I suoi programmi di lavoro, le valutazioni dei rischi e le raccomandazioni sono dichiarati indipendenti, pur essendo il centro amministrativamente inserito nel servizio pubblico federale della salute.
Il cambiamento concettuale è rilevante.
Clima, perdita di biodiversità e destabilizzazione degli ecosistemi vengono progressivamente sottratti alla categoria delle semplici “questioni ambientali” e riconosciuti per ciò che sono: rischi sistemici per la sicurezza, l’economia e la società.
Il CERAC aveva inoltre già iniziato un esperimento particolarmente interessante: tentare di tradurre il framework globale dei Planetary Boundaries nella realtà nazionale belga.
Nel 2024 il centro ha commissionato uno studio per comprendere che cosa possa significare, concretamente, uno “spazio operativo sicuro e giusto” per il Belgio. L’analisi ha mostrato che il Paese supera la propria quota compatibile con uno spazio sicuro per la maggior parte dei limiti analizzati.
Quindi la nomina di Bas non cade dal cielo. Rappresenta il proseguimento di un tentativo già avviato di portare la scienza del sistema Terra dentro le strutture dello Stato.

Ma quanto potere ha davvero il pianeta?

Qui occorre frenare l’entusiasmo.

Lo stesso CERAC ha precisato che la partecipazione alla nuova rete dei Chief Planetary Scientists «does not formally commit the Belgian government to new policies»: non obbliga formalmente il governo belga ad adottare nuove politiche.
È una frase molto importante.
Luc Bas non possiede un potere di veto sulle decisioni governative. Non risulta esistere un obbligo generalizzato di sottoporre le nuove leggi a una valutazione rispetto ai limiti planetari. Un governo non deve dimostrare che la propria legge di bilancio, la propria politica industriale o una nuova grande infrastruttura siano compatibili con la quota belga dello spazio operativo sicuro.

La differenza fra avere uno scienziato nella stanza e modificare le regole secondo cui quella stanza prende decisioni rimane enorme.
Ed è questa la prima verifica alla quale andrà sottoposto l’esperimento belga.

Cosa accade quando la valutazione scientifica della compatibilità planetaria entra in conflitto con interessi industriali, occupazionali, fiscali o geopolitici?
È relativamente facile riconoscere i limiti planetari in un documento programmatico. Diventa molto più difficile accettarli quando significano rinunciare a un’autostrada, modificare l’agricoltura intensiva, ridurre i consumi materiali, eliminare un sussidio o limitare un settore economicamente redditizio.
È lì che misureremo il reale potere del Chief Planetary Officer.

Il problema della “quota belga”

Esiste poi una questione ancora più complessa.

I Planetary Boundaries sono, per definizione, limiti globali.
La scienza può stimare quanto carbonio possa ancora essere immesso nell’atmosfera mantenendo determinati livelli di rischio. Può quantificare la perturbazione dei cicli dell’azoto e del fosforo oppure valutare la perdita di integrità della biosfera.
Ma da queste grandezze globali non discende automaticamente quanta parte di quello spazio spetti al Belgio.

Quanto spetta agli Stati Uniti? Quanto all’India? Quanto all’Etiopia?

La risposta dipende inevitabilmente da criteri normativi: popolazione, responsabilità storiche, capacità economica, diritto allo sviluppo, livelli di consumo, bisogni.
È una delle critiche più serie rivolte al framework. Biermann e Kim, in un’ampia valutazione pubblicata nell’Annual Review of Environment and Resources, hanno mostrato come il passaggio dalla scienza dei limiti planetari alla governance comporti inevitabilmente questioni politiche, distributive e normative.

Questo aspetto impedisce una pericolosa scorciatoia tecnocratica.

Il Chief Planetary Officer non dovrebbe diventare il sacerdote di una nuova verità scientifica incaricato di stabilire che cosa la società debba fare.
La scienza può dirci con crescente precisione quali conseguenze biofisiche producono determinate decisioni e quali rischi assumiamo oltrepassando determinati livelli di pressione sull’Earth System.
Chi deve sostenere i costi della transizione, chi deve ridurre maggiormente i consumi, quali bisogni devono essere garantiti e quali attività devono invece essere ridimensionate rimangono questioni democratiche.
Una buona governance planetaria richiede quindi contemporaneamente scienza forte e democrazia forte.

Una rivoluzione potrebbe cominciare da una procedura amministrativa

La trasformazione più interessante avverrebbe se il principio introdotto dal Belgio evolvesse fino a diventare parte ordinaria del processo decisionale.
Immaginiamo che ogni grande infrastruttura, politica agricola, piano industriale, legge energetica o bilancio nazionale debba contenere una valutazione pubblica del proprio impatto non soltanto sulle emissioni di CO₂, ma sull’insieme dei principali limiti planetari.
E immaginiamo che, quando un governo scelga deliberatamente una politica incompatibile con quella valutazione, sia obbligato a spiegarne pubblicamente le ragioni.
Una sorta di principio comply or explain applicato alla stabilità dell’Earth System.
Sarebbe un cambiamento apparentemente procedurale, ma politicamente enorme.
Perché oggi accade generalmente il contrario.

Le conseguenze economiche di una politica sono quantificate immediatamente: costo, deficit, occupazione, rendimento, crescita del PIL.
Le conseguenze biofisiche vengono spesso considerate successivamente, distribuite fra ministeri diversi, trasformate in “esternalità” oppure semplicemente rinviate alle generazioni future.

Il linguaggio stesso rivela la gerarchia.

L’economia è il sistema.
L’ambiente è ciò che sta intorno.

I Planetary Boundaries suggeriscono esattamente la gerarchia opposta: l’economia è un sottosistema della società e la società è un sottosistema della biosfera.

Non esiste economia possibile al di fuori di un sistema terrestre sufficientemente stabile.

La domanda che il Belgio pone agli altri governi

Per questo Rockström ha probabilmente ragione quando sostiene che ogni governo dovrebbe disporre di una figura equivalente.
A una condizione.
Che il Chief Planetary Officer non diventi l’ennesimo dispositivo attraverso il quale le istituzioni dimostrano di “prendere molto sul serio” la crisi ecologica senza modificarne le cause.

Il rischio del planetary washing esiste.

Possiamo immaginare senza difficoltà governi dotati di consulenti sui limiti planetari che continuino contemporaneamente a perseguire crescita del consumo materiale, espansione infrastrutturale, estrazione di risorse e aumento della produzione, limitandosi a chiedere come rendere tutto questo progressivamente più efficiente.
In quel caso avremmo incorporato il linguaggio dei Planetary Boundaries senza accettarne la conclusione più scomoda: su un pianeta finito non tutte le attività economiche possono continuare a espandersi indefinitamente.
La vera portata dell’esperimento belga dipenderà dunque dalla capacità di attraversare il confine che separa la consulenza dalla decisione politica.
Se il Chief Planetary Officer potrà soltanto descrivere il rischio e il governo continuerà a decidere secondo la consueta gerarchia — crescita, competitività, investimenti, e soltanto dopo compatibilità ecologica — poco sarà cambiato.
Se invece i limiti biofisici entreranno nelle condizioni preliminari entro cui vengono valutate le scelte economiche, allora potremmo trovarci davanti a qualcosa di molto più importante.

Per la prima volta, almeno simbolicamente, il pianeta ha ottenuto una sedia nella stanza dove si decide.
Resta da vedere se gli sarà consentito di parlare quando ciò che ha da dire diventerà politicamente scomodo.


Riferimenti

Biermann F., Kim R.E., 2020 – The Boundaries of the Planetary Boundary Framework. Analisi critica delle implicazioni scientifiche, normative e di governance del framework. Annual Review of Environment and Resources, 45, 497–521. Articolo scientifico

CERAC, 2024 – Is Belgium living within its safe operating space?. Studio di adattamento del framework dei Planetary Boundaries alla scala belga e valutazione delle pressioni ambientali nazionali. Studio CERAC sui Planetary Boundaries in Belgio

CERAC, 2026 – Belgium helping shape science-based planetary governance. Precisazione sul ruolo di Luc Bas e sul carattere non formalmente vincolante dell’adesione alla rete. Comunicazione del CERAC

CERAC – About us / How we work. Mandato, indipendenza, origine del centro e rapporto con il Consiglio nazionale di sicurezza belga. CERAC: missione e struttura

European Commission, 2026 – Assessment of Belgium’s National Energy and Climate Plan. La Commission riconosce l’aumento di ambizione ma segnala lacune su rinnovabili, efficienza energetica e uscita dai sussidi fossili. Valutazione della Commissione europea

Planetary Guardians, 2026 – Chief Planetary Scientist Initiative. Annuncio del lancio della rete internazionale e dell’adesione del Belgio come primo Paese partecipante. Annuncio dei Planetary Guardians

Potsdam Institute for Climate Impact Research, 2025 – Planetary Health Check 2025. Aggiornamento dello stato dei nove limiti planetari: sette risultano oltre lo spazio operativo sicuro. Planetary Health Check 2025

Rockström J., 2026 – Why appointing a Chief Planetary Scientist matters. Intervento con cui Rockström commenta la scelta belga e sostiene l’opportunità di estendere la figura agli altri governi. Leggi l’intervento di Johan Rockström