
“… la fotocopia è uno strumento di estrema utilità, ma molte volte costituisce anche un alibi intellettuale: cioè uno, uscendo dalla biblioteca con un fascio di fotocopie, ha la certezza che non potrà di solito mai leggerle tutte. Non potrà neanche poi ritrovarle perché incominciano a confondersi tra di loro, Ma ha la sensazione di essersi impadronito del contenuto di quei libri. Prima della xerociviltà costui si faceva lunghe schede a mano in queste enormi sale di consultazione e qualcosa gli rimaneva in testa. Con la nevrosi da fotocopia c’è il rischio che si perdano giomate in biblioteca a fotocopiare libri che poi non verranno mai letti.”
(Umberto Eco, De Bibliotheca, 1981).
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Tecnologia e illusioni di controllo
Nella storia dell’oceanografia, come in molte altre scienze della Terra, la tecnologia ha sempre avuto un ruolo decisivo. Ogni salto strumentale ha aperto finestre prima impensabili: nuove profondità, nuove scale spaziali, nuovi tempi di osservazione. Tuttavia, accanto a questo progresso reale, si è sviluppata una convinzione problematica: che l’aumento della potenza tecnica e della quantità di dati conduca automaticamente a una comprensione più profonda del sistema oceanico. In altre parole, che la tecnologia — da sola — possa risolvere problemi complessi. Questo è ciò che si chiama technological fix (o technofix): l’idea che tutti i problemi possano trovare una soluzione nella tecnologia migliore o più nuova, spesso senza confronto critico con le cause profonde o con il contesto sociale e politico.
Lo scenario oceanografico moderno è infatti dominato da satelliti globali, sistemi automatici di misurazione, flotte di sensori, reti di boe e piattaforme costose. Tutto questo produce un flusso enorme di informazioni. Ed è inevitabile: molte delle domande fondamentali sull’oceano — come si distribuisce il calore, come cambiano le correnti, come risponde la biosfera alle forzanti antropiche — non possono essere affrontate senza strumenti sofisticati. Ma la tecnologia da sola non garantisce significato, né risposte sistemiche.
Gran quantità di dati ≠ comprensione profonda
Già nel XIX secolo, con la storica spedizione del Challenger (1872–1876), la tecnologia raccolse dati senza precedenti su temperatura, salinità, profondità e organismi marini. Per molti anni, però, quelle informazioni rimasero descrittive, perché mancava un quadro teorico capace di integrarle in una visione dinamica dei processi oceanici. La tecnologia aveva preceduto la capacità di comprendere.
Lo stesso schema si è ripetuto con i satelliti di osservazione, che hanno trasformato l’oceano in una superficie visibile da spazio orbitale, e con le reti Argo, che hanno consentito profili di temperatura e salinità in tutti gli oceani del mondo. Senza dubbio queste tecnologie ampliano la nostra capacità di vedere; ma ciò che fa realmente progredire la scienza è la teoria, l’integrazione concettuale, l’interpretazione critica dei dati, non il semplice accrescimento del volume di misure.
Il paradosso della crisi: molti dati, poca trasformazione
Nonostante l’enorme dispiegamento di tecnologia, i progressi nella soluzione della crisi climatica e della policrisi sistemica restano lenti e, nel complesso, poco significativi. Questo scarto suggerisce che non esiste una correlazione automatica tra potenza strumentale e capacità di trasformazione del reale.
La tecnologia sta funzionando in modo straordinario nel produrre diagnosi sempre più raffinate: sappiamo misurare con precisione il riscaldamento degli oceani, l’innalzamento del livello del mare, l’acidificazione, la perdita di ossigeno, le alterazioni delle correnti. Ma questa crescita di conoscenza quantitativa non si traduce in una capacità equivalente di rimuovere le cause strutturali della crisi. Si osserva, si monitora, si modella con accuratezza crescente, mentre il sistema che genera il problema continua a operare quasi indisturbato.
In questo senso, l’accumulo di dati rischia di diventare una forma di surrogato dell’azione: aumenta la sensazione di controllo e di gestione, ma non incide sulle dinamiche economiche, energetiche e politiche che stanno portando il sistema Terra fuori dall’equilibrio. Il risultato è una crescente allocazione di risorse verso infrastrutture di osservazione e di simulazione, senza una proporzionale capacità di orientare trasformazioni reali. Non è la tecnologia in sé a essere inutile, ma è illusorio pensare che il suo dispiegamento, da solo, sia correlato alla soluzione dei problemi che essa documenta.
Perché l’approccio epistemologico conta
Un punto centrale, spesso sottovalutato, è epistemologico: la tecnologia produce informazioni, non necessariamente conoscenza. La conoscenza combina dati con teoria, contestualizzazione, limiti di interpretazione e confronto critico. In altre parole, la tecnologia deve essere sempre inserita in una catena di valore epistemico, non considerata un fine in sé.
Un approccio epistemologico corretto significa che lo scienziato ambientale deve:
- partire da domande chiare e fondate sul sistema che vuole comprendere;
- usare tecnologia per rispondere a quelle domande, non per generare dati indiscriminati;
- interpretare i dati alla luce di modelli teorici solidi e visioni sistemiche;
- esplicitare le incertezze e i limiti delle proprie conclusioni;
- comprendere le dimensioni sociali e politiche del proprio lavoro.
In questo senso la nozione di technacy è utile: indica la capacità di comprendere e applicare tecnologie con una visione critica del contesto, evitando soluzioni “meccaniche” che non tengono conto delle dinamiche sociali, ecologiche e sistemiche.
Il ruolo dello scienziato ambientale oggi
Quindi, qual è il “giusto approccio” per uno scienziato ambientale, ad esempio un oceanografo, che voglia usare tecnologie avanzate senza cadere nella trappola del technofix? La risposta non è semplicemente “usare meno tecnologia”, ma usarla meglio, in modo critico e integrato.
Innanzitutto, la tecnologia deve essere strumentale a domande rilevanti: non per accumulare informazioni ma per chiarire processi chiave, testare ipotesi forti, smascherare assunzioni implicite. In secondo luogo, lo scienziato deve vedere i dati non come un deposito da cui estrarre risultati, ma come un terreno di confronto con modelli espliciti, con altre discipline e con la società in generale.
Inoltre, l’uso delle tecnologie deve essere accompagnato da:
- una riflessione critica sui rischi e i limiti degli interventi tecnologici (come emerge dalle discussioni sulla geoingegneria marina);
- una consapevolezza politica sul modo in cui i dati vengono usati (per legittimare politiche di gestione o per mettere in discussione lo status quo);
- visibilità del processo di costruzione della conoscenza, chiarendo ipotesi, limiti e incertezze, invece di presentare i dati come verità autosufficienti e definitive.
Tecnologia sì, ma come mezzo non come fine
Il punto decisivo è questo: la tecnologia è indispensabile per studiare l’oceano e la crisi climatica. Ma senza una epistemologia robusta — ovvero una comprensione critica di cosa significhi “conoscere” quel che misuriamo, come interpretiamo i segnali e come traduciamo la conoscenza in azione — la tecnologia rischia di restare uno specchietto per le allodole. Produce numeri, ma non necessariamente visioni capaci di trasformare la realtà.
In definitiva, uno scienziato ambientale che voglia contribuire alla comprensione e alla soluzione di problemi reali deve orientare la tecnologia verso scopi epistemici e socialmente significativi, piuttosto che verso l’accumulo di dati fine a sé stesso. Solo così possiamo sperare che la scienza dell’oceano diventi non solo una serie di misure sempre più precise, ma una forza che aiuti a comprendere perché le crisi esistono e come possiamo affrontarle davvero.


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