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Gradualmente, poi all’improvviso: la bancarotta della democrazia

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«Come sei finito in bancarotta?» chiese Bill.
«In due modi», disse Mike. «Gradualmente, e poi all’improvviso.»

Nel suo primo romanzo The Sun Also Rises, Hemingway fa descrivere la bancarotta con una formula diventata proverbiale: prima lentamente, poi di colpo. È una frase nata per parlare di fallimento economico, ma sembra adattarsi bene anche alla crisi della democrazia. Molti sistemi democratici non crollano più con i carri armati nelle strade o con la chiusura improvvisa del Parlamento. Più spesso si svuotano dall’interno, mentre le forme esteriori restano in piedi: si continua a votare, i giornali continuano a uscire, i tribunali continuano a funzionare, i governi continuano a parlare in nome del popolo.

Questo processo assomiglia a una crescita esponenziale, come quella di una coltura batterica in una capsula di Petri. Per molto tempo sembra che non stia accadendo nulla di irreparabile. Poi arriva l’ultimo raddoppio, e lo spazio è finito. Politicamente, l’immagine è efficace: una piccola limitazione della libertà di stampa, una riforma punitiva della magistratura, un attacco all’opposizione, una manipolazione delle regole elettorali, una delegittimazione sistematica degli organismi indipendenti. Ogni passaggio, preso da solo, può sembrare insufficiente per parlare di svolta autoritaria. Presi insieme, però, quei passaggi possono cambiare la natura del regime.

Fortunatamente, la democrazia non è una coltura batterica. Non segue una legge biologica. Gli esseri umani possono reagire, organizzarsi, votare diversamente, difendere istituzioni, costruire coalizioni, ricostruire fiducia. Parlare di andamento esponenziale in senso stretto sarebbe quindi eccessivo. È più preciso dire che la crisi democratica ha spesso un andamento non lineare: procede per accumulo, assuefazione, soglie critiche e improvvisi cambiamenti di qualità.

La parola decisiva è soglia. Una democrazia può tollerare tensioni, conflitti, errori di governo, crisi economiche, proteste dure. Ma diventa fragile quando vengono indeboliti contemporaneamente i suoi meccanismi di correzione: informazione libera, giustizia indipendente, opposizione legittima, amministrazione imparziale, cultura costituzionale condivisa. Una volta compromessi questi elementi, il sistema può apparire ancora democratico, ma diventa meno capace di difendersi.

La politologa Nancy Bermeo ha descritto bene questa trasformazione nel saggio On Democratic Backsliding. Le forme più evidenti di rottura democratica, come i colpi di Stato militari, sono diventate meno frequenti. Sono invece cresciute forme più ambigue: espansione del potere esecutivo, manipolazione delle elezioni, uso apparentemente legale delle istituzioni contro lo spirito democratico. La democrazia viene erosa non sempre violando apertamente le regole, ma piegandole progressivamente.

Anche Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, in How Democracies Die, insistono su questo punto: oggi molte democrazie muoiono per mano di leader eletti. Il voto resta, ma perde gradualmente la capacità di garantire pluralismo, alternanza reale e controllo del potere. È una forma di decadimento particolarmente insidiosa, perché conserva le apparenze della normalità.

I dati recenti confermano che non siamo davanti a una paura astratta. Il Democracy Report 2026 del V-Dem Institute segnala che l’arretramento democratico riguarda ormai quasi un quarto dei Paesi del mondo e coinvolge anche democrazie considerate consolidate. La mappa del mondo in Figura mostra lo stato della democrazia nel 2025 sulla base dell’Indice di Democrazia Liberale (LDI).


Il Rapporto sulla Democrazia 2026 si basa sul dataset V-Dem v16. Ogni anno, V-Dem migliora la qualità dei dati, coinvolge un maggior numero di esperti e ricalcola l’intero dataset, coprendo tutti gli anni. Ciò comporta la correzione dei punteggi riportati nei rapporti degli anni precedenti. L’Indice di Democrazia Liberale (LDI) di V-Dem coglie sia gli aspetti elettorali che quelli liberali della democrazia e va dal livello più basso (0) al livello più alto (1). La componente elettorale è misurata dall’Indice di Democrazia Elettorale (EDI), che cattura la misura in cui sono presenti tutti gli elementi della famosa formulazione di “poliarchia” di Robert Dahl (1971): la qualità delle elezioni, i diritti individuali, nonché le libertà di espressione, dei media e di associazione (Dahl, R. 1971. Polyarchy: Participation and Opposition. New Haven: Yale University Press). L’indice della componente liberale (LCI) misura il sistema di controlli ed equilibri tra potere esecutivo e potere esecutivo, il rispetto delle libertà civili, lo stato di diritto e l’indipendenza del potere legislativo e giudiziario.


La democrazia è più diffusa in Europa occidentale e Nord America, nonché in alcune zone dell’Asia orientale e del Pacifico, dell’Europa orientale e dell’America Latina. Livelli inferiori di democrazia sono più comuni in Medio Oriente e Nord Africa, Asia meridionale e centrale e Africa subsahariana. I paesi con i punteggi LDI più alti nel 2025 – Danimarca, Svezia e Norvegia – si trovano nell’Europa settentrionale. Quelli con i punteggi più bassi sono distribuiti tra Asia orientale (Cina, Myanmar e Corea del Nord), Europa orientale (Bielorussia), regione del Golfo (Arabia Saudita), America Latina (Nicaragua e Venezuela), Asia meridionale e centrale (Afghanistan e Turkmenistan) e Africa subsahariana (Eritrea e Sudan).

Freedom House, nel rapporto Freedom in the World 2026, registra il ventesimo anno consecutivo di declino globale della libertà. International IDEA, nel Global State of Democracy 2025, indica peggioramenti diffusi in rappresentanza, stato di diritto, libertà di stampa e indipendenza giudiziaria.

Questi dati non autorizzano però il fatalismo. L’Economist Intelligence Unit, nel Democracy Index 2025, segnala anche una possibile stabilizzazione dopo anni di declino. Il quadro resta fragile, ma non uniforme. Alcune democrazie arretrano, altre resistono, altre recuperano. Questo è un punto importante: la crisi democratica non è una legge naturale. È un processo storico e politico, quindi può essere contrastato.

La dinamica più pericolosa è l’assuefazione. Il primo attacco a un giornale scandalizza. Il decimo sembra normale. La prima menzogna pubblica produce indignazione. La centesima viene letta come semplice strategia comunicativa. La prima delegittimazione di un giudice appare grave. Dopo anni di propaganda, molti cittadini finiscono per pensare che ogni istituzione sia soltanto uno strumento di parte. Quando questo accade, la democrazia conserva ancora le procedure, ma perde il terreno culturale che le rende credibili.

La polarizzazione accelera questo processo. Milan Svolik, in Polarization versus Democracy, mostra che elettori molto polarizzati possono tollerare comportamenti antidemocratici se provengono dal proprio campo politico. Se l’avversario è percepito come una minaccia assoluta, allora ogni forzatura sembra giustificabile. Ma la democrazia vive proprio della possibilità che l’avversario vinca senza essere considerato un nemico illegittimo.

La frase di Hemingway, dunque, funziona. La democrazia può degradarsi gradualmente e poi apparire improvvisamente cambiata. Ma l’ultimo passaggio non arriva dal nulla. È preparato da molte piccole rinunce: alla verità pubblica, ai limiti del potere, alla legittimità dell’avversario, alla pazienza delle procedure, alla distinzione tra governo e Stato.

La capsula di Petri resta una buona immagine dell’inganno percettivo: quando sembra esserci ancora spazio, il sistema può essere vicino alla saturazione. Ma la democrazia ha una differenza decisiva: può ancora scegliere di fermarsi. Per questo il tempo utile non è quando il collasso è evidente a tutti. È prima, quando i segnali sembrano ancora parziali, discutibili, reversibili. È lì che si decide se il gradualmente diventerà davvero un all’improvviso.

Riferimenti essenziali

Ernest Hemingway, The Sun Also Rises. Origine della formula “gradually and then suddenly”. Metafora dei processi di collasso che maturano lentamente prima di diventare visibili.

Nancy Bermeo, “On Democratic Backsliding”. Saggio fondamentale sulle nuove forme di arretramento democratico: meno colpi di Stato espliciti, più erosione graduale attraverso strumenti legali e istituzionali.

Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, How Democracies Die. Libro centrale sulla morte democratica dall’interno, guidata da leader eletti che mantengono le forme democratiche svuotandone la sostanza.

V-Dem Institute, Democracy Report 2026. Rapporto aggiornato sull’autocratizzazione globale, con attenzione al deterioramento della libertà di espressione, dello stato di diritto e delle democrazie consolidate.

Freedom House, Freedom in the World 2026. Rileva il ventesimo anno consecutivo di declino globale della libertà, misurando diritti politici e libertà civili.

International IDEA, The Global State of Democracy 2025. Analizza il deterioramento democratico attraverso rappresentanza, diritti, stato di diritto e partecipazione.

Economist Intelligence Unit, Democracy Index 2025. Introduce un controcanto utile: segnala una possibile stabilizzazione dopo anni di declino, ricordando che la crisi democratica non procede ovunque allo stesso modo.

Milan W. Svolik, “Polarization versus Democracy”. Mostra come la polarizzazione possa spingere gli elettori a tollerare violazioni democratiche compiute dalla propria parte politica.


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