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Decrescita e stato stazionario: la sfida di una transizione democratica

Dal capitalismo fossile a un’economia post-crescita tecnologicamente avanzata e compatibile con i limiti ecologici.

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La tesi: decrescita ed economia in stato stazionario possono essere due fasi dello stesso percorso, purché la transizione riduca il metabolismo materiale, redistribuisca potere e resti saldamente democratica.

Per quasi due secoli la crescita economica ha funzionato come una promessa universale. Più produzione avrebbe significato più occupazione, più benessere, più entrate fiscali e maggiori risorse per correggere i danni sociali e ambientali. Questa promessa conserva una forza politica straordinaria: governi di orientamento opposto continuano a presentare l’aumento del Prodotto interno lordo (PIL) come la condizione preliminare per affrontare qualunque problema.

La realtà biofisica sta però restringendo rapidamente lo spazio disponibile per questa strategia. Il rapporto sullo stato del clima globale pubblicato nel 2026 dall’Organizzazione meteorologica mondiale rileva che il periodo 2015-2025 comprende gli undici anni più caldi mai registrati e colloca il 2025 a circa 1,43 °C sopra la media preindustriale. Il Planetary Health Check 2025 indica inoltre il superamento di sette dei nove confini planetari, includendo per la prima volta l’acidificazione degli oceani. La crescita si svolge ormai dentro un sistema terrestre sottoposto a pressioni cumulative, interconnesse e sempre più difficili da governare.

Da qui nasce una domanda che l’economia convenzionale tende a rinviare: come può una società ridurre abbastanza rapidamente il proprio peso materiale senza precipitare nella recessione, nell’ingiustizia o nell’autoritarismo?

L’economia dentro la biosfera

Nicholas Georgescu-Roegen portò questa domanda nel cuore della teoria economica. Nel suo libro del 1971, The Entropy Law and the Economic Process, descrisse l’economia come un processo irreversibile che preleva materia ed energia a bassa entropia e le restituisce all’ambiente in forme degradate e meno disponibili. La rappresentazione circolare dei manuali — famiglie, imprese, redditi e consumi che si alimentano reciprocamente — trascura il flusso fisico che attraversa quel circuito. Miniere, suolo fertile, combustibili, acqua, biomassa e capacità degli ecosistemi di assorbire gli scarti costituiscono la base concreta dell’attività economica.

Georgescu-Roegen chiamò bioeconomia questa integrazione tra processo economico, leggi fisiche ed evoluzione biologica. La sua eredità ha influenzato profondamente l’economia ecologica e la riflessione sulla decrescita. Mauro Bonaiuti l’ha sviluppata collegandola alla teoria dei sistemi complessi, alla crisi delle istituzioni e alla perdita di capacità adattiva delle società industriali. Nel volume From Bioeconomics to Degrowth, Bonaiuti mostra come la crescita agisca contemporaneamente sui piani ecologico, economico, sociale e culturale, generando rendimenti decrescenti e fragilità sistemiche.

Questa prospettiva sposta il centro dell’analisi. Il denaro può circolare, moltiplicarsi e cambiare forma; il metabolismo economico resta vincolato a flussi di energia e materia. Con metabolismo sociale, o throughput, si intende proprio il volume complessivo di risorse che entra nel sistema produttivo e di scarti che ne esce. Efficienza e riciclo possono ridurre il fabbisogno per unità di prodotto, mentre ogni trasformazione mantiene perdite, dissipazioni e nuovi consumi. La circolarità perfetta appartiene al linguaggio pubblicitario più che alla termodinamica.

Decrescita e stato stazionario: la discesa e l’approdo

Herman Daly trasformò l’intuizione biofisica in un programma economico. La sua economia in stato stazionario (EES) prevede una popolazione e uno stock di manufatti relativamente stabili, mantenuti da flussi di materia ed energia compatibili con la rigenerazione degli ecosistemi. “Stazionario” indica la stabilità della scala fisica, lasciando ampio spazio all’innovazione, alla cultura, alla conoscenza e al miglioramento qualitativo. Nel saggio Economics in a Full World, Daly distingue così la crescita, intesa come espansione quantitativa, dallo sviluppo, inteso come trasformazione qualitativa.

La decrescita può essere letta come il percorso necessario per raggiungere quello stato nelle economie che hanno già oltrepassato una scala sostenibile. Giorgos Kallis la definisce come una discesa intenzionale e socialmente sostenibile, capace di evitare la contrazione caotica tipica delle recessioni. Nel suo articolo In Defence of Degrowth e nel successivo volume Degrowth, la decrescita assume la forma di un progetto politico: ridurre selettivamente produzione e consumo nei settori ecologicamente distruttivi, distribuire in modo più equo lavoro e ricchezza, liberare tempo e ampliare le attività utili alla cura delle persone e degli ecosistemi.

Jason Hickel formula in  What does degrowth mean? A few points of clarification il concetto con particolare chiarezza: una riduzione pianificata dell’uso di energia e risorse nelle economie ad alto reddito, accompagnata dalla diminuzione delle disuguaglianze e dal miglioramento del benessere. Il bersaglio operativo è il metabolismo materiale, non una caduta indiscriminata del PIL. Una politica coerente farebbe diminuire combustibili fossili, aviazione frequente, pubblicità invasiva, obsolescenza programmata, produzione militare e consumi di lusso; nello stesso tempo espanderebbe sanità, istruzione, assistenza, trasporto pubblico, manutenzione del territorio, agroecologia e riparazione.

Serge Latouche ha fornito alla decrescita il suo lessico più provocatorio. In Farewell to Growth invita a “decolonizzare l’immaginario”, cioè a liberare desideri, istituzioni e identità collettive dall’idea che il benessere coincida con l’aumento continuo delle merci. La sua celebre costellazione delle “otto R” — rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, redistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare e riciclare — esprime soprattutto una rivoluzione culturale. La sua forza risiede nella critica dell’ideologia della crescita; la costruzione di una macroeconomia stabile richiede strumenti più dettagliati.

Timothée Parrique ha contribuito proprio a questa sistematizzazione. La sua ampia tesi The Political Economy of Degrowth organizza il dibattito attorno a tre domande: perché uscire dalla crescita, che cosa dovrebbe decrescere e attraverso quali istituzioni potrebbe avvenire la transizione. Il passaggio dalla critica alla strategia implica tetti ai flussi materiali, riduzione dell’orario di lavoro, servizi pubblici universali, redistribuzione e democratizzazione delle decisioni produttive.

Decrescita ed EES descrivono quindi due momenti complementari: la prima ridimensiona il metabolismo delle economie sovrasviluppate; la seconda stabilizza la nuova scala entro i limiti ecologici. Questa sequenza riguarda soprattutto i paesi ricchi e i gruppi ad alto consumo. Molte popolazioni hanno ancora bisogno di più abitazioni dignitose, energia, cure, istruzione e infrastrutture essenziali. La giustizia globale richiede una convergenza: forte contrazione degli usi superflui e distruttivi, espansione dei beni necessari e accesso universale a condizioni di vita dignitose.

La promessa fragile del capitalismo etico

L’idea di un capitalismo reso responsabile da regole ambientali, fiscalità progressiva e imprese illuminate appare politicamente rassicurante. Alcune riforme potrebbero produrre risultati immediati: eliminazione dei sussidi fossili, standard vincolanti, tassazione delle emissioni di lusso, investimenti pubblici, diritto alla riparazione, tutela del lavoro e riduzione dell’orario. La transizione ha bisogno di queste misure e del tempo che esse consentono di guadagnare.

La stabilità di un capitalismo stazionario resta però una questione aperta. Philip Lawn (2005) ha sostenuto la compatibilità teorica tra democrazia capitalistica e stato stazionario; Frederik Blauwhof (2012) ha raggiunto la conclusione opposta, sottolineando la spinta strutturale del capitalismo verso profitto, investimento e accumulazione. Anche la modellistica macroeconomica post-keynesiana mostra esiti diversi: economie senza crescita possono risultare stabili in determinate configurazioni, purché vengano trasformati credito, distribuzione del reddito, debito, occupazione e comportamento degli investimenti.

Questa controversia suggerisce una distinzione utile. La possibilità contabile di avere imprese private e profitti con un PIL stabile appare plausibile. La possibilità politica di mantenere nel tempo una società ecologicamente stazionaria, lasciando intatti i centri di potere che dipendono dall’espansione, appare molto più fragile. Gli Stati finanziano welfare e pensioni attraverso basi fiscali orientate alla crescita; le imprese competono per mercati e rendimenti; il credito anticipa redditi futuri; l’occupazione dipende dagli investimenti. Un “capitalismo etico” richiederebbe vincoli così profondi da modificare progressivamente la natura stessa del sistema.

Anche la promessa della crescita verde incontra limiti empirici. In diversi paesi si osserva una separazione relativa, talvolta assoluta, tra PIL ed emissioni territoriali. La velocità e l’ampiezza del disaccoppiamento globale restano lontane da quelle necessarie per rispettare insieme obiettivi climatici, uso delle risorse e tutela degli ecosistemi. La rassegna di Jason Hickel e Giorgos Kallis, Is Green Growth Possible?, conclude che la crescita verde costituisce un obiettivo scarsamente sostenuto dalle evidenze disponibili.

Una rassegna pubblicata su Nature Communications (Wiedmann et a., 2020) evidenzia che gli impatti ambientali globali sono determinati in misura sproporzionata dai consumi delle fasce più ricche e che l’espansione complessiva della produzione tende a neutralizzare una parte dei miglioramenti ottenuti attraverso l’efficienza tecnologica.
Tecnologia ed efficienza restano essenziali. La loro efficacia aumenta quando operano dentro limiti assoluti: budget di carbonio, tetti all’estrazione, standard di durata, divieti selettivi e protezione degli ecosistemi. In assenza di questi vincoli, i guadagni di efficienza possono alimentare nuovi consumi, il fenomeno noto come effetto rimbalzo (o paradosso di Jevons).

Dal basso, dallo Stato, attraverso il conflitto

Le iniziative dal basso rappresentano laboratori indispensabili. Cooperative, comunità energetiche, gruppi di acquisto, imprese recuperate, municipalismo e reti di riparazione mostrano che produzione e consumo possono seguire logiche diverse dal profitto. Costruiscono competenze, fiducia e immaginari. La loro capacità trasformativa dipende però dall’ambiente istituzionale in cui operano: una cooperativa energetica vive dentro mercati elettrici, norme fiscali, sistemi creditizi e infrastrutture che sfuggono al controllo locale.

Giacomo D’Alisa e Giorgos Kallis, in Degrowth and the State, superano la rigida separazione tra iniziativa popolare e intervento pubblico. Riprendendo Antonio Gramsci, descrivono lo Stato come un insieme di istituzioni, rapporti sociali e forme di consenso. La trasformazione richiederebbe strategie interstiziali, capaci di costruire alternative nelle pieghe del sistema, e strategie istituzionali, capaci di cambiare leggi, proprietà e allocazione delle risorse.

Il nodo decisivo diventa il potere. Stabilire che alcuni settori debbano contrarsi significa affrontare rendite, monopoli, patrimoni e interessi organizzati. Una transizione ecologica affidata soltanto alle scelte individuali trasferisce la responsabilità sui consumatori e lascia intatta l’architettura che orienta quelle scelte. Una transizione affidata soltanto allo Stato rischia tecnocrazia, burocratizzazione e cattura da parte degli stessi interessi economici che dovrebbe regolare.

Da questa tensione emerge l’ipotesi di un ecosocialismo democratico: pianificazione dei grandi flussi energetici e materiali, controllo pubblico o cooperativo delle infrastrutture essenziali, pluralità delle forme di impresa, diritti sociali universali e partecipazione effettiva alle decisioni. La pianificazione riguarderebbe priorità, limiti e investimenti strategici, lasciando spazi a mercati regolati, autonomie territoriali e iniziativa privata compatibile con gli obiettivi collettivi.

Il rischio autoritario merita una considerazione esplicita. Mark Beeson (2010) ha mostrato come l’aggravarsi delle crisi ambientali possa favorire forme di autoritarismo ecologico, nelle quali governi concentrano le decisioni in nome dell’emergenza. Razionamenti ineguali, sorveglianza, militarizzazione dei confini e protezione dei consumi delle élite costituiscono uno scenario possibile anche dentro sistemi capitalistici. La garanzia democratica richiede poteri distribuiti, trasparenza, sindacati indipendenti, libertà civili, assemblee deliberative e possibilità di revisione delle decisioni.

Riformisti nei tempi, radicali nella direzione

La crisi climatica comprime il tempo politico. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente stima che la piena attuazione degli impegni climatici nazionali condurrebbe ancora verso 2,3-2,5 °C di riscaldamento nel corso del secolo, mentre le politiche effettivamente in vigore porterebbero verso circa 2,8 °C. Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) ricorda tuttavia che riduzioni profonde, rapide e durature delle emissioni produrrebbero un rallentamento riconoscibile del riscaldamento entro circa due decenni. Ogni anno guadagnato conta.

La strategia più credibile combina quindi urgenza e trasformazione strutturale. André Gorz, in Strategy for Labor, avrebbe parlato di riforme non riformiste: interventi capaci di migliorare subito la vita e, nello stesso tempo, ridurre la dipendenza dalla crescita e spostare potere. Servizi pubblici universali, riduzione dell’orario di lavoro, garanzia dell’occupazione nei settori della transizione, limiti ai grandi patrimoni, fiscalità ecologica progressiva, redditi minimi e massimi, controllo pubblico del credito e bilanci vincolanti di carbonio e materiali appartengono a questa famiglia.

Una vasta rassegna delle proposte di policy della decrescita mostra che il campo possiede già un’agenda articolata, concentrata su riduzione dei flussi, redistribuzione, democrazia economica e nuovi indicatori di benessere. Scenari energetici globali indicano inoltre che standard di vita dignitosi potrebbero essere garantiti con consumi energetici molto inferiori agli attuali, soprattutto attraverso uguaglianza, servizi collettivi efficienti e tecnologie appropriate.

Qui si collocano anche il lavoro di Tim Jackson sulla Prosperità senza crescita e la “ciambella” di Kate Raworth (Doughnut Economics, 2017), che racchiude lo spazio desiderabile tra una base sociale da garantire a tutti e un tetto ecologico da rispettare. Entrambi contribuiscono a rendere comprensibile un’idea decisiva: il successo economico dovrebbe essere misurato dalla capacità di soddisfare bisogni umani entro limiti biofisici, anziché dalla velocità con cui aumenta il valore monetario delle transazioni.

Un approdo da costruire durante il viaggio

Decrescita ed economia in stato stazionario possono dunque comporre un unico percorso. La decrescita sarebbe la fase di riduzione selettiva e redistributiva del metabolismo economico; l’EES rappresenterebbe la condizione nella quale quella scala viene stabilizzata. Il passaggio richiede innovazione tecnologica, trasformazione culturale, mobilitazione dal basso e capacità pubblica di pianificazione.

Il capitalismo regolato potrebbe offrire alcuni strumenti della transizione e alcuni modelli ne ammettono una versione senza crescita. La pressione dell’accumulazione rende però incerto il suo equilibrio di lungo periodo. L’ecosocialismo democratico presenta una maggiore coerenza tra limiti ecologici e controllo collettivo degli investimenti, portando con sé il compito permanente di prevenire concentrazione del potere e autoritarismo.

La scelta più realistica assume perciò una forma ibrida e conflittuale: riforme immediate, istituzioni democratiche più profonde e progressivo ridimensionamento delle sfere governate dal profitto. Ogni politica potrebbe essere valutata attraverso tre domande semplici:

Riduce davvero l’uso di energia e materia?

Migliora la giustizia sociale?

Trasferisce capacità decisionale verso le comunità e le istituzioni democratiche?

Questi criteri separano una transizione post-crescita da un aggiornamento verde dell’economia esistente. Il tempo disponibile è breve, e proprio questa urgenza rende la democrazia ancora più preziosa. Una società capace di frenare deliberatamente potrebbe evitare sia la corsa verso il collasso sia la tentazione di affidare la salvezza a un potere senza controllo. La destinazione resta aperta; la direzione, ormai, appare molto più chiara.

Riferimenti bibliografici

Blauwhof, F. B. (2012), “Overcoming accumulation: Is a capitalist steady-state economy possible?”, Ecological Economics, 84, 254-261. Analizza la compatibilità tra accumulazione capitalistica e stato stazionario, concludendo che la pressione alla crescita costituisce un ostacolo strutturale.

Bonaiuti, M. (a cura di) (2011), From Bioeconomics to Degrowth: Georgescu-Roegen’s “New Economics” in Eight Essays, Routledge. Ricostruisce il pensiero bioeconomico di Georgescu-Roegen e ne sviluppa le implicazioni per la decrescita e per l’analisi dei sistemi complessi.

Buch-Hansen, H. (2018), “The prerequisites for a degrowth paradigm shift”, Ecological Economics, 146, 157-163. Individua quattro condizioni politiche per un cambiamento di paradigma: crisi profonda, progetto alternativo, coalizione sociale ampia e consenso diffuso.

Cosme, I., Santos, R. F. e O’Neill, D. W. (2017), “Assessing the degrowth discourse”, Journal of Cleaner Production, 149, 321-334. Rassegna sistematica delle principali politiche proposte nella letteratura sulla decrescita, dalla riduzione dell’orario di lavoro ai limiti sull’uso delle risorse.

D’Alisa, G. e Kallis, G. (2020), “Degrowth and the State”, Ecological Economics, 169, 106486. Affronta il ruolo dello Stato nella transizione e propone una strategia gramsciana che colleghi mobilitazione sociale e trasformazione istituzionale.

Daly, H. E. (2005), “Economics in a Full World”, Scientific American, 293(3), 100-107. Sintesi accessibile dell’economia in stato stazionario e della distinzione tra crescita quantitativa e sviluppo qualitativo.

Georgescu-Roegen, N. (1971), The Entropy Law and the Economic Process, Harvard University Press. Opera fondativa della bioeconomia: inserisce il processo economico nel quadro dell’entropia e dell’irreversibilità delle trasformazioni materiali ed energetiche.

Gorz, A. (1967), Strategy for Labor: A Radical Proposal, Beacon Press. Introduce l’idea delle riforme strutturali o “non riformiste”, capaci di soddisfare bisogni immediati e insieme ampliare il potere democratico sulle decisioni economiche.

Hickel, J. (2021), “What does degrowth mean? A few points of clarification”, Globalizations, 18(7), 1105-1111. Definisce la decrescita come riduzione pianificata dell’uso di energia e risorse, orientata all’uguaglianza e al benessere.

Hickel, J. e Kallis, G. (2020), “Is Green Growth Possible?”, New Political Economy, 25(4), 469-486. Valuta criticamente le evidenze sul disaccoppiamento tra PIL, emissioni e uso delle risorse, mettendo in dubbio la sufficienza della crescita verde.

Jackson, T. (2017), Prosperity Without Growth: Foundations for the Economy of Tomorrow, Routledge. Esamina la dipendenza delle economie moderne dalla crescita e propone una prosperità fondata su servizi, relazioni, cura e stabilità ecologica.

Kallis, G. (2011), “In Defence of Degrowth”, Ecological Economics, 70(5), 873-880. Testo centrale che distingue la decrescita pianificata dalla recessione e pone il problema di una discesa socialmente sostenibile.

Kallis, G. (2018), Degrowth, Agenda Publishing. Introduzione sintetica alla storia, alle basi teoriche e alle implicazioni politiche della decrescita.

Latouche, S. (2009), Farewell to Growth, Polity. Critica l’immaginario produttivista e propone una trasformazione culturale e sociale organizzata attorno alle “otto R”.

Lawn, P. A. (2005), “Is a democratic-capitalist system compatible with a low-growth or steady-state economy?”, Socio-Economic Review, 3(2), 209-232. Presenta la tesi favorevole alla compatibilità teorica tra capitalismo democratico e stato stazionario, utile per comprendere i termini del dibattito.

Millward-Hopkins, J. et al. (2020), “Providing decent living with minimum energy”, Global Environmental Change, 65, 102168. Costruisce uno scenario globale nel quale condizioni di vita dignitose vengono garantite con consumi energetici molto inferiori agli attuali.

Parrique, T. (2019), The Political Economy of Degrowth, Université Clermont Auvergne e Stockholm Resilience Centre. Tesi monumentale che organizza in modo sistematico ragioni, definizioni e strategie della decrescita, con particolare attenzione alla critica della crescita verde.

Raworth, K. (2017), Doughnut Economics, Random House/Chelsea Green. Propone uno spazio economico sicuro e giusto compreso tra fondamenti sociali e tetto ecologico, offrendo una rappresentazione intuitiva dell’economia entro i limiti planetari.

Wiedmann, T., Lenzen, M., Keyßer, L. T. e Steinberger, J. K. (2020), “Scientists’ warning on affluence”, Nature Communications, 11, 3107. Collega il deterioramento ambientale ai livelli di consumo delle società e delle classi più ricche, evidenziando i limiti delle sole soluzioni tecnologiche.

Rapporti scientifici richiamati

Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico – IPCC (2023), Climate Change 2023: Synthesis Report. Sintesi del Sesto rapporto di valutazione: documenta l’urgenza di riduzioni rapide e durature delle emissioni e i benefici osservabili dell’azione tempestiva.

Organizzazione meteorologica mondiale – WMO (2026), State of the Global Climate 2025. Aggiornamento annuale sui principali indicatori climatici, sugli eventi estremi e sugli impatti sociali ed economici.

Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente – UNEP (2025), Emissions Gap Report 2025. Valuta la distanza tra impegni nazionali, politiche effettive e traiettorie compatibili con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Stockholm Resilience Centre e Planetary Boundaries Science (2025), Planetary Health Check 2025. Aggiorna lo stato dei nove confini planetari e segnala il superamento di sette di essi, con pressioni ancora in crescita.

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