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La scienza che non arriva al pubblico: IPCC, decrescita e depotenziamento politico della comunicazione climatica

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Ogni volta che si parla di crisi climatica ritorna una formula apparentemente inattaccabile: bisogna “ascoltare la scienza”. È una frase giusta, almeno in superficie. Serve a contrastare negazionismo, superficialità, disinformazione, improvvisazione politica. Ma è anche una frase insufficiente. Perché la scienza non arriva mai alla società come una voce pura, unica, neutrale. Arriva attraverso istituzioni, rapporti di forza, filtri politici, sintesi ufficiali, compromessi diplomatici, titoli di giornale, conferenze stampa.

Il caso dell’IPCC è esemplare. I rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change sono il riferimento scientifico più autorevole sul cambiamento climatico. Ma non sono documenti semplici. Esistono i rapporti completi, lunghi migliaia di pagine, scritti da centinaia di autori e basati sulla letteratura scientifica disponibile. Poi esistono i Summary for Policymakers, le sintesi per i decisori politici, che sono molto più brevi, molto più lette e molto più influenti nella comunicazione pubblica. Ed è proprio lì che avviene una mediazione decisiva: l’IPCC spiega che il Summary for Policymakers viene approvato riga per riga dai governi membri, mentre il rapporto più lungo viene adottato con una procedura diversa e meno puntuale. (IPCC)

Questa differenza è fondamentale. Il pubblico, i giornali, i decisori politici e spesso anche molti scienziati parlano del Summary for Policymakers (SPM) come se fosse semplicemente “ciò che dice la scienza”. Ma il SPM è anche il risultato di una negoziazione. Non nel senso banale di una manipolazione grossolana, ma nel senso più sottile di una traduzione politica della conoscenza scientifica. Alcune parole entrano. Altre restano fuori. Alcune cornici vengono rese centrali. Altre vengono attenuate, spostate, rese meno visibili.

Un esempio molto istruttivo riguarda la parola degrowth, decrescita.

Nel rapporto AR6 del Working Group II, dedicato a impatti, adattamento e vulnerabilità, la decrescita compare come una delle possibili vie di trasformazione deliberata. Il rapporto afferma che i percorsi alternativi possono andare dalla modernizzazione di energia, agricoltura e uso delle risorse fino a proposte di degrowth che mirano intenzionalmente a ridurre sia il PIL sia le emissioni di gas serra associate. (IPCC) Più avanti, lo stesso capitolo mette a confronto due narrazioni: l’ecomodernismo, che punta al disaccoppiamento tra crescita del PIL e impatti ambientali, e la decrescita, che contesta la possibilità di ottenere un disaccoppiamento abbastanza rapido e profondo da rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. (IPCC)

Timothée Parrique ha analizzato in dettaglio questa presenza della decrescita nell’AR6 WGII, sottolineando il carattere storico del fatto: per la prima volta, il termine è entrato in modo esplicito in un rapporto IPCC di questa portata. La sua analisi mostra bene che non si tratta di una nota marginale, ma di un riconoscimento, dentro la letteratura valutata dall’IPCC, dell’esistenza di un filone scientifico e politico che mette in discussione la crescita come orizzonte obbligato. (timotheeparrique.com)

La cosa diventa ancora più rilevante nel rapporto AR6 del Working Group III, dedicato alla mitigazione. Qui la questione non riguarda soltanto l’adattamento o la trasformazione sociale in senso generale, ma le strategie per ridurre le emissioni. Nel capitolo introduttivo del WGIII si legge che la letteratura su degrowth, post-growth e post-development mette in questione la sostenibilità e l’imperativo di ulteriore crescita, soprattutto nei paesi già industrializzati, e sostiene che prosperità e “buona vita” non siano necessariamente legate alla crescita economica. (IPCC)

Il capitolo 3, dedicato agli scenari di mitigazione, va oltre: afferma che diversi studi trovano che solo approcci di non-crescita del PIL, degrowth o post-growth consentano di raggiungere la stabilizzazione climatica sotto i 2°C, o di ridurre la dipendenza da ipotesi molto rischiose come il disaccoppiamento rapido tra energia e PIL, le rimozioni di CO₂ su larga scala e il dispiegamento massiccio di tecnologie rinnovabili. Lo stesso capitolo afferma anche che le assunzioni sulla crescita economica sono tra i determinanti più importanti delle emissioni negli scenari, e che scenari di degrowth e post-growth sono stati proposti come alternative da considerare, pur con notevoli problemi di fattibilità politica. (IPCC)

Il capitolo 5, dedicato a domanda, servizi e aspetti sociali della mitigazione, introduce un’altra frattura importante. Per la prima volta, l’AR6 WGIII dedica un intero capitolo alla domanda, ai servizi e agli aspetti sociali della mitigazione. Non si parla solo di tecnologie di offerta, produzione di energia, cattura del carbonio o sostituzione dei combustibili fossili. Si parla di come sono organizzati i bisogni sociali, i consumi, le infrastrutture, la mobilità, l’abitare, il cibo, gli stili di vita, le norme sociali e le disuguaglianze (IPCC). In quel capitolo si afferma che modelli con forti politiche di riduzione delle emissioni e forti politiche di equità sociale mostrano la possibilità di una transizione low-carbon con sostenibilità sociale anche senza crescita economica, e che percorsi di degrowth possono essere cruciali per combinare fattibilità tecnica della mitigazione e obiettivi di sviluppo sociale. (IPCC)

Fin qui, dunque, la questione è chiara: dentro i rapporti completi dell’IPCC esiste una discussione, certamente non dominante ma riconoscibile, su decrescita, post-growth, riduzione della domanda, sufficienza, limiti biofisici, disuguaglianze e critica dell’imperativo della crescita.

Poi si arriva al Summary for Policymakers.

Nel Summary for Policymakers del WGIII il termine degrowth non compare.(IPCC). Questo non significa che tutto il tema venga cancellato. Sarebbe una semplificazione. Il SPM contiene infatti passaggi importanti sulla mitigazione dal lato della domanda. Afferma che le misure demand-side e nuovi modi di fornire servizi possono ridurre le emissioni globali dei settori finali del 40–70% entro il 2050 rispetto agli scenari di baseline. Riconosce anche che individui e gruppi ad alto status socioeconomico contribuiscono in modo sproporzionato alle emissioni e hanno il maggiore potenziale di riduzione (IPCC). Inoltre, il SPM parla di sufficiency policies, definite come misure e pratiche quotidiane che evitano domanda di energia, materiali, terra e acqua, garantendo benessere per tutti entro i limiti planetari (IPCC).

Dunque il punto non è dire che il Summary for Policymakers nasconde tutto. Il punto è più sottile e più interessante: la parte più politicamente dirompente viene tradotta in un linguaggio più amministrabile.

La decrescita diventa “riduzione della domanda”.
La critica alla crescita diventa “sufficienza”.
Il conflitto tra ecomodernismo e post-growth diventa “opzioni di mitigazione”.
La trasformazione del modello economico diventa “cambiamenti infrastrutturali, tecnologici, comportamentali e socio-culturali”.
La questione del potere, dell’accumulazione, dell’estrattivismo e delle disuguaglianze globali viene attenuata dentro il lessico della governance.

Questa non è una semplice questione terminologica. Le parole orientano l’immaginario politico. Dire “degrowth” significa nominare il conflitto con l’imperativo della crescita. Dire “demand-side mitigation” significa presentare lo stesso territorio come una famiglia di opzioni tecniche e comportamentali. Dire “post-growth” significa chiedersi se le economie ad alto reddito possano continuare a crescere materialmente. Dire “sufficiency” permette di parlare di limiti senza nominare direttamente il sistema economico che li viola.

Qui si vede bene il problema della comunicazione scientifica. Quando la scienza entra nello spazio pubblico, raramente entra nella sua forma completa, plurale, conflittuale. Entra attraverso una sintesi. E la sintesi non è mai innocente. Non perché sia necessariamente falsa, ma perché seleziona, ordina, gerarchizza, attenua. Decide quali concetti diventano comunicabili e quali restano confinati nelle pagine interne del rapporto.

Per questo la formula “ascoltare la scienza” va problematizzata. Quale scienza dobbiamo ascoltare? La scienza del rapporto completo, dove compaiono degrowth, post-growth, sufficienza e critica della crescita? O la scienza del Summary for Policymakers, dove quelle stesse questioni vengono spesso riformulate in un linguaggio più compatibile con la diplomazia climatica e con le politiche dei governi?

Il punto non è delegittimare l’IPCC. Al contrario: proprio perché i rapporti IPCC sono importanti, bisogna leggerli meglio. Bisogna distinguere tra l’enorme lavoro scientifico che valuta la letteratura disponibile e la sua traduzione istituzionale in testi politicamente accettabili. L’IPCC stesso riconosce che il rapporto WGIII deve navigare dinamiche di potere, politica, economia e società a tutti i livelli decisionali.(IPCC). Ma questa consapevolezza raramente arriva nella comunicazione pubblica. Al pubblico arriva una versione più lineare: la scienza ha parlato; ora la politica deve agire.

La realtà è più scomoda. La scienza ha parlato in molti modi. Alcuni molto più radicali di altri. Alcuni compatibili con crescita verde, competitività, innovazione, mercati del carbonio, elettrificazione, efficienza e cattura della CO₂. Altri incompatibili con l’idea che basti rendere “verde” l’attuale traiettoria di crescita, consumo materiale e accumulazione.

Qui emerge anche la responsabilità degli scienziati. Non nel senso banale di accusarli tutti di complicità. Molti autori IPCC hanno fatto entrare nei rapporti completi elementi che pochi anni fa sarebbero stati considerati marginali o irricevibili. Ma gli scienziati non sono esterni al processo di mediazione. Partecipano alla redazione dei rapporti, alla costruzione del linguaggio, alla negoziazione delle sintesi, alla comunicazione pubblica dei risultati. Se sanno che il Summary for Policymakers è un testo approvato riga per riga dai governi, dovrebbero dirlo con più chiarezza. Se sanno che il rapporto completo contiene cornici più radicali della sintesi ufficiale, dovrebbero renderlo pubblico. Se sanno che la parte più trasformativa della scienza viene depotenziata, dovrebbero assumersi il compito di ripoliticizzarla.

Questo vale soprattutto per la crisi climatica, che non è un problema puramente fisico. È un problema energetico, economico, coloniale, sociale, industriale, finanziario, democratico. L’atmosfera registra molecole, ma quelle molecole sono prodotte da sistemi storici: crescita, estrazione, commercio globale, disuguaglianze, infrastrutture fossili, modelli di consumo, potere delle industrie, interessi nazionali, rapporti Nord-Sud.

Una comunicazione scientifica che non mostra questa catena diventa involontariamente rassicurante. Dice che il problema è grave, ma lascia intendere che la soluzione sia una combinazione di innovazione, efficienza, politiche pubbliche e cambiamenti individuali. Dice che dobbiamo cambiare rapidamente, ma evita di dire che cosa, esattamente, deve essere ridotto, redistribuito, vietato, pianificato, sottratto al mercato, sottratto alla logica dell’accumulazione.

La vicenda della decrescita nei rapporti IPCC mostra dunque una cosa decisiva: la scienza climatica contiene già elementi molto più politici di quanto la comunicazione dominante lasci intendere. Non bisogna inventare dall’esterno una critica radicale della transizione verde. Bisogna leggere ciò che nei rapporti completi già esiste, ma che spesso non arriva al pubblico.

E allora il compito non è soltanto “ascoltare la scienza”. È imparare a leggere la scienza dentro i rapporti di potere che la producono, la selezionano e la comunicano. È chiedersi perché alcune parole scompaiono proprio quando il testo passa dalla comunità scientifica ai decisori politici. È chiedersi perché la riduzione della domanda sia accettabile, mentre la critica della crescita diventi impronunciabile. È chiedersi perché la sufficienza possa entrare in una nota, mentre la decrescita resti fuori dal vocabolario ufficiale.

La domanda decisiva, alla fine, è questa: vogliamo una scienza che renda il sistema attuale più efficiente nel gestire la crisi, o una scienza capace di mostrare che la crisi nasce anche dal sistema attuale?

La differenza è enorme. Nel primo caso, la scienza diventa consulenza tecnica per una transizione compatibile con la crescita. Nel secondo, diventa uno strumento di alfabetizzazione critica, capace di restituire alla società la natura politica della crisi ecologica.

Ed è forse da qui che bisogna ripartire. Non da un appello generico ad ascoltare la scienza, ma da una domanda più esigente: quale scienza, per quale società, dentro quale idea di futuro?

Riferimenti essenziali

IPCC AR6 WGII, Chapter 1 — Point of Departure and Key Concepts.
È il capitolo in cui la decrescita viene citata tra le possibili traiettorie di trasformazione deliberata e dove viene messo a confronto il paradigma ecomodernista con quello della degrowth. (IPCC)

IPCC AR6 WGIII, Chapter 1 — Introduction and Framing.
Introduce degrowth, post-growth e post-development come letterature che mettono in discussione l’imperativo della crescita, soprattutto nei paesi industrializzati. (IPCC)

IPCC AR6 WGIII, Chapter 3 — Mitigation pathways compatible with long-term goals.
Mostra che alcune analisi indicano approcci di GDP non-growth, degrowth o post-growth come rilevanti per raggiungere la stabilizzazione climatica sotto i 2°C, e segnala che le ipotesi sulla crescita economica sono determinanti negli scenari emissivi. (IPCC)

IPCC AR6 WGIII, Chapter 5 — Demand, services and social aspects of mitigation.
È il capitolo più importante per capire la mitigazione dal lato della domanda, dei servizi, delle infrastrutture sociali e della sufficienza. Qui si afferma anche che percorsi di degrowth possono essere cruciali per combinare fattibilità tecnica della mitigazione e obiettivi sociali. (IPCC)

IPCC AR6 WGIII, Summary for Policymakers.
Nel SPM la parola degrowth non compare, ma compaiono domanda, sufficienza e potenziale di riduzione delle emissioni dei settori finali del 40–70% entro il 2050. È il documento chiave per capire la trasformazione del linguaggio scientifico in linguaggio politicamente mediato. (IPCC)

Timothée Parrique, “Degrowth in the IPCC AR6 WGII”.
Analisi dettagliata della presenza della decrescita nel rapporto IPCC su impatti, adattamento e vulnerabilità. Utile come base documentaria per capire quanto il tema sia entrato nella letteratura valutata dall’IPCC. (timotheeparrique.com)

Timothée Parrique, “Degrowth in the IPCC AR6 WGIII”.
Analisi complementare e ancora più rilevante per la mitigazione. Mostra dove la decrescita compare nel rapporto WGIII e segnala che il termine non compare né nel Summary for Policymakers né nel Technical Summary. (timotheeparrique.com)


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